Featured Post

GLI ADERENTI ALL’UNIONE APOSTOLICA “FIDES ET RATIO”

GLI INTELLETTUALI CATTOLICI CHE HANNO ADERITO ALL’UNIONE APOSTOLICA “FIDES ET RATIO”   Sono qui appresso indicati gli aderenti all’Unione Apostolica “Fides et ratio”, con la specifica del tipo di collaborazione. I nomi sono indicati secondo l’ordine di iscrizione. 1....

Read More

SUL FONDAMENTO EPISTEMOLOGICO DELLE ATTUALI TESI TEOLOGICHE

 

È già nelle librerie un nuovo, importante saggio epistemologico di Antonio Livi:

VERA E FALSA TEOLOGIA

Come distinguere l’autentica “scienza della fede”

da un’equivoca “filosofia religiosa”

Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012

pagine 3120, euro 25,00

Layout 1

 La teologia, intesa come “scienza della fede” o «sacra doctrina», è sempre stata considerata dalla Chiesa come un contributo scientifico utile, e in certe circostanze addirittura indispensabile alla vita di fede dei cristiani, perché può essere di aiuto ai credenti perché ciascuno, in rapporto alle proprie esigenze culturali, possa prendere coscienza del contenuto e delle ragioni della sua fede. In questo senso si deve dire che la teologia ha molte cose da dire ai credenti, ma sempre nei limitati di quelle poche cose che sono effettivamente contenute nella rivelazione divina, e sono quindi davvero la “parola di Dio”. Quelle poche cose, oltretutto, sono rilevabili con adeguata certezza soltanto sulla scorta di quelle altre poche cose che per la ragione naturale sono assolutamente incontrovertibili e che costituiscono la materia di verità alla quale la filosofia applica la forma di scienza. La filosofia, da parte sua, può dire molte cose, ma an ch’essa resta nei limiti di quello che la ragione umana riesce a inferire a partire dall’esperienza presa nella sua universalità. L’universalità e la necessità delle conoscenze costituiscono l’esclusivo e indispensabile servizio che solo la filosofia, come dialettica razionale, è in grado di offrire alla sapienza umana; allo stesso tempo, costituiscono il suo limite, che ingiustamente viene talvolta denominato come “astrattezza”. Si tratta in realtà di un necessaria delimitazione del campo d’indagine, quale ogni scienza deve operare per avere la sua specificità epistemica e il suo metodo appropriato; la specificità della filosofia consiste nel limitarsi a dire, con sufficiente giustificazione epistemica, ciò che riguarda l’intero dell’esperienza, «l’ente in quanto ente», così come la specificità delle scienze particolari consiste nel limitarsi a dire, con sufficiente giustificazione epistemica, ciò che riguarda determinati ambiti dell’esperienza. ciò che le scienze particolari guadagnao in “concretezza” (cioè, in termini logici, in “comprensione”) perdono in universalità  (cioè, in termini logici, in “estensione”). La filosofia gode del privilegio di riflettere su nozioni, a cominciare da quella di “essere”,  che hanno il massimo possibile di “estensione” e il minimo possibile di “comprensione”. La teologia non è né filosofia né una delle scienze particolari: non riflette sull’esperienza naturale, non riguarda direttamente lo scibile  umano ma ciò che lo trascende, ossia i misteri della natura divina e i disegni di salvezza di Dio nei riguardi del mondo. La teologia, infatti, si distingue dalla filosofia in quanto è, è l’interpretazione razionale della parola di Dio, consegnata alla Chiesa tramite la tradizione apostolica e la Sacra Scrittura. Ora, la teologia, pur essendo del tutto diversa dalla filosofia e dalle scienze particolari, ha con esse un rapporto di dipendenza epistemica ineliminabile, perché tanto la materia quanto la forma della rivelazione delle verità soprannaturali presuppongono la conoscenza certa di verità naturali. Tale dipendenza non deve però portare il teologo a dimenticare lo specifico statuto epistemologico della teologia; infatti, la scienza della rivelazione divina presuppone la fede, è opera di quei credenti che mettono i frutti della loro riflessione al servizio delle finalità pastorali della Chiesa. La teologia, dunque, ad altro non mira se non ad allargare i confini dell’interpretazione razionale del dogma, per l’edificazone di tutti i credenti nella fede comune. Di conseguenza, come la filosofia giunge a proposizioni che possono esibire una pretesa di verità solo se queste risutano conformi alle “prime verità” costituite dal senso comune, così la teologia giunge a proposizioni che possono esibire una pretesa di verità solo se queste risutano conformi alle “prime verità” costituite dal dogma, ossia dalla Parola di Dio così come essa viene proposta infallibilmente dalla Chiesa e che ogni cristiano è tenuto a credere come l’unica verità che salva. In caso contrario, non si tratta più di vera teologia, almeno nel senso cattolico del termine; si tratta, in alcuni casi, di mera “filosofia religiosa”, e in altri casi – e questo è ciò che avviene con maggiore frequenza e con peggiori conseguenze – di falsa teologia, se non addirittura di teologia falsa, già condannata dalla Scrittura lì dove l’Apostolo delle genti ammonisce il suo discepolo Timoteo dicendogli di guardarsi dai «discorsi che pretendono di introdurre delle novità che non sono ispirate  dalla fede ma riflettono delle opinioni false che si presenta abusivamente come scienza e che già hanno sedotto alcuni portandoli a rinnegare la fede» (Prima Lettera a Timoteo, 5, 20-21).

 In questo mio lavoro, che si avvale fondamentalmente della competenza epistemologica che ritengo di avere, mi guarderò bene dal pronunciare giudizi circa l’ortodossia di qualche dottrina teologica, ossia eviterò che quanto dico possa essere interpretato come una condanna di qualche studioso in quanto teologo. Mi limiterò a giudicare della coerenza epistemologica di alcuni discorsi genericamente denominati “teologici”, cercando di distinguere tra discorsi che possono legittimamente presentarsi come teologia e discorsi che invece debbono onestamente riconoscersi come mera filosofia religiosa. Riguardo ai primi, un filosofo come me può soltanto rilevare le categorie filosofiche, più o meno  adeguate, che entrano a far parte integrante del discorso teoloogico in senso stretto, ma non può pronunciarsi in modo apodittico sull’ortodossia delle conclusioni, perché ciò spetta logicamente al Magistero; invece, riguardo ai secondi, un filosofo come me può e deve innanzitutto segnalare l’abuso del titolo di “teologia”, e poi anche esprimere un parere “tecnico”, un parere cioè circa la coerenza o l’incoerenza logica con i principi della scienza filosofica. Anche in questo secondo caso, dunque, io mi devo astenere da pronunciare condanne: infatti, come diceva il mio maestro Gilson,  in filosofia nessuno può parlare di “errori”  a proposito delle teorie di altri pensatori, ma deve limitarsi a dire che tali teorie non lo convincono, che non esibiscono, secondo lui, adeguate giustificazioni epistemiche, che non sono pienamente coerenti o addirittura cadono in radicali contraddizioni. Condannare gli errori – diceva Gilson – è diritto e  dovere del magistero ecclesiastico quando si trova a dover esaminare una dottrina teologica e valutarne la compatibilità con il dogma, arrivando, se del caso, a dichiarare eretica quella dottrina ; ma in filosofia non ha senso parlare di errori e tanto meno di eresie (cfr Gilson 1960a).

Prima di terminare questa presentazione devo spiegare in quale senso utilizzo qui l’espressione “filosofia religiosa”, che appare fin dal sottotitolo del mio saggio. Per me la “filosofia religiosa” è cosa ben diversa dalla “filosofia della religione”; questa è una disciplina filosofica che legittimamente esamina l’esperienza religiosa in generale o una religione storica in particolare adottando in modo esclusivo il metodo fenomenologico, ossia considerando il fenomeno religioso (ivi comprese le credenze che lo caratterizzano) per così dire da fuori, senza alcuna valutazione aletica, senza cioè condividerne la pretesa di rappresentare una verità assoluta, logicamente non naturale (per via di indagine filosofica) ma soprannaturale (per via di rivelazione divina). Invece la “filosofia religiosa”, così come la intendo io, è una tipica espressione del razionalismo moderno, quello che, soprattutto con l’idealismo di Fichte, Hegel e Schelling, ha inteso edificare dei sistemi onnicomprensivi caratterizzati dall’esplicita pretesa (enunciata nella Wissenschaftslehre) di rappresentare la verità assoluta (definitiva, perfetta e priva di presupposti); in base a tale pretesa, i sistemi razionalistici  assumono al loro interno termini e concetti propri del dogma cristiano, con il dichiarato intento di “razionalizzarli”, ossia per purificarli degli elementi irrazionali (mitologici, pragmatici, retorici) che avevano concorso alla loro formulazione storica. La verità che il cristianesimo pretende di custodire come rivelazione divina non è negata, ma nemmeno riconosciuta come tale dai sistemi razionalistici: essa diventa oggetto di una Aufhebung con la quale viene relativizzata, nel senso che viene sussunta, come “momento” intermedio della dialettica dello Spirito, dalla verità assoluta che è quella della filosofia idealistica. Ora, il fatto che tale “filosofia religiosa” si sia presentata (così soprattutto nel caso di Hegel) e si presenti ancora oggi (tra tanti diversi casi si possono citare quelli di Massimo Cacciari e di Emanuele Severino) come affine alla teologia vera e propria, sfruttando la circostanza che la sua tematica e il suo linguaggio sono in massima parte desunti dalla tradizione teologica cristiana, ha provocato un assai pernicioso disorientamento presso quei credenti che si accostano alla letteratura religiosa senza possedere i criteri di discermento che in questo campo sono invece indispensabili. Al necessario discernimento dell’autentica teologia ― l’unica  che serva veramente all’incremento della fede  dei credenti ― vuole contribuire questo mio breve trattato epistemologico.

_________________________________

TAVOLA ROTONDA A FIRENZE SU

“VERA E FALSA TEOLOGIA”

Per iniziativa della comunità cattolica tedesca di Firenze, si è svolta il 31 maggio scorso a piazza degli Antinori un convegno di studio su “La teologia come scienza” durante il quale è stato presentato il trattato epistemologico di Antonio Livi, Vera e falsa teologia.

Sono  intervenuti due teologi (il domenicano bolognese Giovanni Cavalcoli e il francescano fiiorentino Serafino Lanzetta), un filosofo (Massimiliano Del Grosso, docente di Filosofia della conoscenza presso lo Studio teologico di Benevento) e un sociologo della cultura (il prof. Pietro De Marco, docente di Sociologia della religione presso l’Università di Firenze).

Antonio Livi ha voluto all’inizio chiarire gli intendimenti scientifici del suo trattato, che parte dal rilevamento dell’ambiguità concettuale con la quale viene presentato come “teologico” ogni discorso in cui compaiono termini religiosi, cristiani e non, per precisare che la teologia come “scienza della fede” non va confusa con una delle tante forme moderne e contemporanee di “filosofia religiosa”, ossia di una filosofia che assume in proprio le categorie tipiche della teologia ma con l’esplicita pretesa di inverare la verità soprannaturale in una presunta verità naturale, come avviene pradigmaticamente in Hegel, in Schelling e in Heidegger.

Questo aspetto del discorso di Livi è stato particolarmente apprezzato dal prof. De Marco, mentre il prof. Cavalcoli ha sviluppato la tesi di Livi riguardo all’impossibilità di salvare il “nucleo domatico” della fede cristiana una volta che viene adottato lo schema concettuale hegeliano, e il prof. Lanzetta ha evidenziato il ruolo critico che nell’epistemologica teologica di Livi svolge il procedimento aletico della “presupposizone”. A sua volta, il prof. Del Grosso ha sottolineato l’impossibilità di decostruire le “false teologie” se non si mette in evidenza come tutte siano dipendenti dal falso inizio della filosofia immanentistica, che esclude a priori l’idea di una rivelazione soprannaturale.

_______________________________________________________________________________________________

La rivista telematica “Riscossa cristiana” pubblica il giorno 11 aprile 2011 questo articolo di Antonio Livi, preceduto da una breve presentazione della Redazione:

RISCOSSA CRISTIANA è onorata di ospitare un articolo di Mons. Antonio Livi, senza dubbio il maggior filosofo vivente, che mantiene viva e feconda la grande Tradizione italiana di studio e di Fede, uniti a creare l’armonia della vera saggezza. La profondità e la chiarezza di Mons. Livi, al quale va la nostra sincera gratitudine, saranno senza dubbio di giovamento a tutti, per meglio comprendere il senso dei recenti avvenimenti, e per saper riconoscere dove sta la vera e sana razionalità.

LE RAGIONI DI UN INTELLETTUALE CATTOLICO

E L’IRRAZIONALISMO DEI LAICISTI

 di Mons. Antonio Livi

  

La vicenda che ha coinvolto storico Roberto de Mattei, vice-presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, è stata commentata per parecchio tempo, anche su questa testata, e sono state esaurientemente contestate – dopo averle riferite correttamente – le assurde critiche che da varie parti gli sono state rivolte. Sembrerebbe che non ci sia più nulla da dire, ma io desidero tornare sull’argomento per segnalare alcuni aspetti dell’ideologia dominante nell’opinione pubblica che i cattolici dovrebbero rilevare criticamente, per non concedere alla montante polemica anticristiana degli argomenti apparentemente razionali che di fatto sono invece assolutamente inconsistenti.

Non mi riferisco alle manovre meramente politiche, miranti a estromettere gli intellettuali cattolici da ogni luogo dove si esercita il potere culturale; sono manovre basate su pregiudizi laicistici tanto evidenti quanto illogici. Illogica infatti era la pretesa di alcuni, dopo la riflessione teologica che Roberto de Mattei aveva fatto ai microfoni di Radio Maria nel corso di una rubrica mensile intitolata “Le radici cristiane”, di reclamare le sue dimissioni dalla vicepresidenza del CNR per incompatibilità tra le idee espresse in quella occasione e il ruolo scientifico che la sua carica presuppone. Mi riferisco invece a un articolo della Stampa, nel quale si riduce arbitrariamente tutto il discorso di Roberto de Mattei all’affermazione perentoria che il recente terremoto del Giappone non è altro che un terribile e giusto castigo inviato da Dio sull’uomo per punirlo, purificarlo e migliorarlo: affermazione, secondo il giornale, espressa «in modo piuttosto anomalo per il suo ruolo»; il suo, infatti, «è un punto di vista non particolarmente basato sulla scienza, ed è abbastanza comprensibile: se si legge il suo curriculum si nota che non è uno scienziato ma uno storico con evidenti radici cattoliche» (Flavia Amabile, in La Stampa, 23 marzo 2011).  Chissà «se gli altri vertici del CNR la pensano allo stesso modo», concludeva provocatoriamente la Amabile, e qualcuno ha commentato che probabilmente quelle ultime parole erano state scritte «gettando l’amo al presidente del CNR, Luciano Maiani, uno dei sessantasette firmatari di una lettera aperta che, definendo “incongrua” e non in linea con la laicità della scienza una prevista lezione di papa Benedetto XVI all’Università di Roma “La Sapienza”, il 17 gennaio 2008, aveva contribuito a causarne l’annullamento» (Luca Codignola, in L’Occcidentale, 28 marzo 2011). Insomma, si è  gridato allo scandalo perché il vicepresidente del CNR, commentando le notizie di cronaca, si è permesso di parlare di Dio e non esclusivamente di costruzioni antisismiche, di centrali nucleari e di radioattività; ciò significa che, per l’opinione pubblica dominante, quello di Dio non è un argomento “scientifico”, perché per “scienza” bisognerebbe intendere soltanto la fisica. Ora, in effetti, De Mattei è uno storico e non un fisico, dunque non dovrebbe far parte del CNR, oppure non dovrebbe parlare dei terremoti con un “approccio” (ossia, da un punto di vista) diverso da quello dei fisici? Ecco l’illogicità che – al di là delle intenzioni malvagie – va severamente denunciata.

La logica (in questo caso, l’epistemologia) non può acconsentire che si neghi un proprio valore epistemologico alle discipline storiografiche: a parte l’archeologia,  la paleontologia e la paleografia, la stessa storiografia, alla pari di tutte le altre discipline umane o sociali (Geisteswissenschaften), è oggi universalmente riconosciuta come “scienza” tanto quanto la fisica e tutte le altre scienze della natura (Naturwissenschaften) che si servono della formalizzazione matematica. Chi negherebbe oggi, ad esempio, il carattere di scienza alle discipline che si insegnano nella facoltà di Scienze politiche o in quella di Psicologia? Certo, Karl Popper sosteneva che il marxismo e la psicanalisi non sono scienze, nel senso con cui egli considerava scienza la fisica: ma per lui tutte le scienze, compresa la fisica, erano soggette al criterio del fallibilismo e al procedimento critico della falsificazione. Peraltro, anche per chi non adotta gli schemi epistemologici di Popper, il fatto che un sapere sia annoverato tra le scienze non toglie che esso sia il frutto della ricerca razionale (che si serve di svariati mezzi di indagine e di deduzione) e sia quindi sempre relativo, opinabile, ipotetico, o comunque riformulabile con schemi concettuali diversi. Solo gli scienziati fanatici che sono rimasti fermi ai pregiudizi scientistici del positivismo (di questi abbiamo in Italia un esemplare quanto mai ridicolo nel matematico Odifreddi) considerano la loro disciplina scientifica una verità assoluta, anzi l’unica verità.

Altri, in mezzo a questa inestricabile confusione di idee sull’argomento della giustizia di Dio e del peccato degli uomini, hanno tirato in ballo la dottrina della Chiesa, nella quale, secondo loro, ci sarebbe una netta smentita della tesi di De Mattei. Scrive ad esempio un lettore nella rubrica della lettere di un quotidiano: «La stampa ha dato risalto alle dichiarazioni di uno storico che si dice cattolico e proclama in nome della “dottrina della Chiesa” che il terremoto e lo tsunami sono stati un’esigenza della giustizia di Dio. Come hanno sottolineato fonti ufficiali della Chiesa, qui non si esprime la fede cristiana e cattolica, ma una visione anticristiana di origine pagana, pur presente in alcune primitive credenze bibliche alla quale però un certo Gesù (Vangelo Gv 9) ha opposto il suo “no”. Dio non causa il male. Se una valanga uccide un uomo, Dio non è un omicida» (Alessio Nolan, Il terremoto non è un castigo di Dio, in Libero, 1° aprile 2011, p. 31). È un modo di parlare tanto incoerente da sembrare demenziale, ma lo riporto perché riflette, purtroppo, la confusione dottrinale dei cattolici italiani, succubi oggi come non mai delle ideologie dominanti (grazie allo strapotere della stampa e alla televisione gestite da opinion leaders anticristiani, ai quali non offre alcun argine la cosiddetta stampa cattolica). Come ho spiegato in alcuni miei libri (cfr Filosofia e teologia, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2009; Vera e falsa teologia, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma  2011), la dottrina della Chiesa è cosa ben diversa dalla teologia. La teologia non fornisce ai credenti la materia della loro fede (quella la fornisce il Magistero): fornisce solo un’utilissima, talvolta indispensabile interpretazione del dogma. Per sua natura, quella proposta dai teologi non è un’interpretazione autorevole e pertanto vincolante (come quando interviene il Magistero) bensì un’interpretazione che è per sua natura ipotetica, basata soltanto sulla forza dell’argomentazione razionale, non sulla forza dell’autorità di Dio che rivela. I teologi non sono maestri della fede (questi sono solo i vescovi) ma sono semplicemente degli intellettuali al servizio della fede, con l’approfondimento e la chiarificazione che ogni aspetto del dogma richiede, a seconda dei tempi e dei luoghi, in rapporto anche alle circostanze culturali del momento. In conclusione, che fa un discorso teologico dice cose assolutamente vere finché riferisce correttamente quello che Dio ha detto nella rivelazione pubblica; se poi aggiunge a questo le sue personali interpretazioni (o quelle della scuola di pensiero cui appartiene), deve lasciar intendere chiaramente che si tratta di mere ipotesi, non di dogmi: ipotesi, peraltro, che saranno  ammissibili solo nella misura in cui non contraddicono il dogma. Tornando al tema che ha suscitato la discussione: che il terremoto e lo zunami (così si deve scrivere) del Giappone siano un castigo di Dio non c’è scritto da nessuna parte, dunque, di per sé, questa non è materia di fede (la Bibbia parla invece del diluvio universale e di altri eventi – ad esempio la distruzione di Sodoma e di Gomorra – come castighi di Dio); ma che ogni evento naturale o provocato dagli uomini siano da riportare a Dio, questo è non solo dogma di fede ma è innanzitutto un’evidenza della ragione: perché Dio è la causa prima che governa il mondo con perfetta giustizia, e le cause seconde (consapevoli o meno) non tolgono il primato metafisico della potenza infinita di Dio. Ora, però, la ratio per la quale un singolo evento è voluto o permesso da Dio noi non la possiamo conoscere, a meno che Dio stesso non ce la riveli. Dunque, per un elementare dovere di rispetto nei confronti dei misteri naturali e soprannaturali che riguardano le intenzioni di Dio, noi dobbiamo limitarci a ipotizzare il carattere di castigo o di ammonimento (in ogni caso, castigo e ammonimento paterno) di una calamità che abbia afflitto una parte dell’umanità, senza mai pretendere di sapere – ripeto – quello che appartiene al mistero dell’Amore divino nel governo del mondo. In questo senso, la Teodicea di Leibniz non va intesa come una “giustificazione” apologetica di Dio in presenza di tante manifestazione del male nel mondo, ma come la logica ammissione filosofica di dover credere alla perfetta “giustizia” di Dio, che si identifica con la sua infinita bontà. a tale ragionevole ammissione filosofica no cristiani possiamo aggiungere la certezza che Dio, come Egli stesso ci ha rivelato, «non si rallegra della morte del peccatore, ma vuole che si converta e viva», e poi, positivamente, «vuole che ogni uomo sia salvato e che giunga alla conoscenza della verità». Questo è assolutamente vero: l’applicazione di questa legge universale dell’amore di Dio al singolo caso non può che essere solo ipoteticamente vera, come una legittima supposizione a partire da un principio generale, senza escludere altre ipotesi altrettanto compatibili con quel principio.

In conclusione: le affermazioni di chi ha attaccato il professor Roberto de Mattei sono illogiche proprio perché, partendo da presupposti falsi, hanno negato in modo ottusamente dogmatico la legittimità di opinioni che dogmatiche non pretendevano di essere ma si richiamavano doverosamente al dogma autentico, ossia alle verità inconfutabili, sia di ragione che di fede.

 

Il prof. De Mattei, avendo letto l’articolo, invia al prof. Livi il giorno 12 aprile questa e-mail:

 

Caro Mons. Livi,

 La ringrazio per il Suo intervento denso e chiarificatore su “Riscossa cristiana”. La maggior parte di coloro che sono intervenuti in mia difesa sui vari giornali lo hanno fatto difendendo la libertà di pensiero e di parola del cattolico. Lei, assieme a padre Cavalcoli e a padre Lanzetta, è uno dei pochi che è entrato nel merito dell’argomento, che è il problema del male, su cui tante menti cristiane hanno profondamente speculato.

In questo senso il suo intervento offre un apporto teologico e filosofico di alto livello al dibattito in corso e, di questo, oltre che della solidarietà espressami, La ringrazio vivamente, rinnovandoLe i sentimenti della mia devota stima e amicizia.

 

Il dott. Francesco Arzillo, autore di un saggio critico sul pensiero di Antonio Livi (Il fondamento del giudizio, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2011), scrive anche lui una mail di commento alla nota pubblicata in Riscossa cristiana:

 

Lo scritto su De Mattei è pacato, però, su un piano più generale, mi conferma sempre più che Dario Sacchi fu lucidissimo nel cogliere in Lei una venatura di scetticismo epistemologico. È corretto dire, a mio avviso, che il lavoro del teologo non ha copertura di infallibilità, se non nella parte in cui riproduce il dogma. possono però esistere affermazioni teologiche più che probabili (sentenze certe): affermazioni certo in astratto rivedibili, ma che il teologo vuole diffondere e difendere come vere, non come semplici  ipotesi. Lo stesso in filosofia: se uno scotista sostiene l’univocità di ens, è perché lo ritiene vero. Quindi, nel suo discorso, se ipotetico significa: non infallibile o non de fide, concordo. Altrimenti dissento (o concordo iuxta modum, se vogliamo).

 

Antonio Livi replica i questi termini:

È ovvio che un teologo abbia tutto il diritto di ritenere assolutamente vera la sua personale interpretazione del dogma, e io non lo nego affatto. Ma che tale interpretazione possa essere presentata come una verità valevole anche per gli altri credenti (ossia, che essa sia da ritenere l’unica possibile, anche se non riconosciuta come tale dal Magistero), questo non è ammissibile. In materia di fede cristiana (la fede nella verità rivelata) i teologi non hanno alcun diritto di insegnare o di imporre una loro opinione (che pur legittimamente ritengono l’unica possibile). La fede cristiana non si basa sulla scienza umana ma sull’autorità di Dio rivelante.

Lo scetticismo, dunque, non c’entra: siamo nel campo della fede nella rivelazione pubblica, che è fede in Dio che rivela: non la nel campo della fede umana nell’autorità di un teologo, lì dove il teologo non illustra il dogma ma va più in là, avanzando ipotesi di interpretazione. Per fare un esempio, sull’Immacolata concezione di Maria, che Tommaso avesse torto e Scoto avesse ragione io lo so solo perché la Chiesa ha fatto sua, dogmatizzandola, la posizione scotista, e non perché i credenti, prima del 1856, fossero tenuti a prendere per verità rivelata il ragionamento teologico di Scoto e dovessero considerare eretico il ragionamento di Tommaso. Nel Seicento la Chiesa intervenne per proibire alle scuole teologiche di accusarsi reciprocamente di eresia in materie opinabili, lì dove legittimamente “doctores disputant“.

La dottrina di base mia Lei la conosce, ed è questa: che la certezza della verità è del soggetto, non è di un Io trascendentale come postula Kant, né di uno Spirito assoluto come postula Hegel: allo stesso tempo, la giustificazione epistemica della certezza (la sua legittimità davanti alla propria coscienza) varia a seconda dell’oggetto e del modo di rapportarsi a esso, sicché è diversa la giustificazione della certezza sulla base di un’evidenza di un fatto empirico, oppure di un’evidenza di un principio o di una nozione razionale astratta, oppure di un’evidenza della correttezza del processo inferenziale (i ragionamenti, la scienza), oppure – infine, ed è il nostro caso – dell’evidenza di potere e di dovere credere a un’autorità (un testimone) che rivela ciò che al soggetto non è consentito di conoscere direttamente