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PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI A. LIVI, “VERITA’ DEL PENSIERO&

  Verità del pensiero. Fondamenti di logica aletica (Lateran University Press, Città del Vaticano 2002) è un saggio di filosofia della conoscenza, incentrato sul problema della “logica aletica”, ossia delle regole per la determinazione della “qualità di verità” delle proposizioni...

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L’UNIONE APOSTOLICA “FIDES ET RATIO”

PRESENTAZIONE DELLA

Unione apostolica “Fides et ratio”

per la difesa scientifica della verità cattolica

del prof. mons. Antonio Livi, fondatore e primo presidente

 

 

1. Chiarimenti sul nome.

Il termine “Unione” sta a indicare il collegamento tra me e tutte quelle persone (sia ecclesiastici che laici) che hanno già dichiarato o andranno via via dichiarando la condivisione ― loro personale e delle istituzioni culturali eventualmente da loro rappresentate ― delle finalità apostoliche che orientano e animano la mia attività di ricerca e di insegnamento e le mie pubblicazioni scientifiche. Chi aderisce alla mia impresa e la sostiene in tanti modi diversi sa bene che si tratta di un’iniziativa espressamente indirizzata a promuovere una migliore conoscenza della fede cattolica e una più fedele adesione al magistero della Chiesa che della fede è interprete infallibile in ogni momento storico e in ogni congiuntura pastorale; al tempo stesso, sa bene che si tratta di un’iniziativa che io porto avanti a titolo esclusivamente personale, senza cioè rappresentare alcuna istituzione della Chiesa e senza coinvolgere la responsabilità di alcun organismo di governo ecclesiastico.

L’aggettivo “apostolica” intende specificare l’Unione come iniziativa di fedeli cattolici che avvertono la responsabilità, che spetta a ogni battezzato, di partecipare alla missione della Chiesa; nella Chiesa, infatti, spetta ai vescovi ― in quanto successori degli Apostoli, nell’unità del collegio episcopale presieduto dal papa ― il compito e il carisma di custodire, trasmettere, interpretare e annunciare infallibilmente la rivelazione di Cristo, il Figlio di Dio che il Padre ha inviato nel mondo perché «tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità»; ai presbiteri spetta poi il compito di lavorare nel campo del Signore come «generosi coadiutori dell’ordine episcopale» (cfr Conc. ecum. Vaticano II, Decreto Presbyterorum Ordinis, 2, 7; Costituzione dogmatica Lumen Gentium, 28; Decreto Christus Dominus, 15; Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Pastores Gregis, 47); infine, tutti i fedeli, non esclusi i laici, il cui ruolo ecclesiale specifico è di «santificare dal di dentro le strutture temporali» (cfr Costituzione dogmatica Lumen Gentium, 31; Costituzione pastorale Gaudium et spes, 53; decreto Apostolicam actuositatem, 31), spetta la testimonianza della fede della Chiesa e la sua propagazione in ogni ambito della società umana, avvalendosi di una adeguata formazione teologica, unita alla loro specifica competenza professionale.

Quanto all’indicazione delle specifiche finalità apostoliche dell’Unione (“per la difesa scientifica della verità cattolica”), devo chiarire innanzitutto che la dizione “verità cattolica” sta a indicare ― nel modo che ritengo più adeguato ― la fede della Chiesa (“fides quae ab Ecclesia creditur”), che per ciascun credente è la verità in senso assoluto, in quanto “parola di Dio”, rivelazione soprannaturale, comunicazione a noi uomini dei misteri della salvezza da parte di Chi «né si inganna né può ingannare altri», essendo Colui che ci ha creati per amore, e poi, dopo il peccato dei progenitori, nella sua misericordia ci ha redenti con la vita, morte e resurrezione del Figlio. L’aggettivo “cattolica” , in particolare, sta a indicare, non solo che l’Unione ha senso solo come servizio alla verità rivelata da Dio in Gesù Cristo e proposta dalla Chiesa con il carisma dell’infallibilità, ma anche il fatto che la rivelazione divina è destinata a tutti gli uomini ed è ricononoscibile da ogni uomo cui venga adeguatamente annunciata, indipendentemente dalle sue circostanze personali di età, cultura ed esperienze: la verità rivelata trascende infatti ogni particolarismo e non muta con il mutare delle contingenze storiche.

       Ma devo anche gli  rispondere agli interrogativi che alcuni amici mi hanno rivolto ed altri ancora potrebbero rivolgermi:

 1) Perché uso il termine “difesa”? Penso forse che la verità rivelata abbia bisogno di difesa? C’è qualcuno che l’attacca o la minaccia? E, se c’è chi l’attacca o la minaccia, chi sono io per pretendere di difenderla? - Rispondo. Nessuno può far finta di ignorare che la fede cattolica è oggi sotto attacco: non solo ad opera delle tradizionali forze ideologiche che dall’esterno contestano la sua pretesa di essere la completa e definitiva rivelazione della verità che salva (alludo all’ebraismo, al paganesimo come religione di Stato nell’Impero romano, alla filosofia ellenistica anticristiana di Celso, all’Islam, al deismo illuministico, alla Massoneria, al comunismo ateo, allo scientismo neopositivistico, all’irrazionalismo vitalistico, al razionalismo critico), ma anche ad opera di quelle nuove forze ideologiche che agiscono all’interno, intepretando la fede cristiana con schemi concettuali erronei o inadeguati i quali  finiscono per  annullarla proprio come verità (mi riferisco al modernismo teologico e alle varie forme del relativismo dogmatico). Discutere le false ragioni degli uni e degli altri ― una discussione che deve essere pacate e serena, priva di passione ideologica ma non priva di sincero e ardente amore per la verità rivelata ― è un diritto e ancor più un dovere per cristiano che abbia competenza filosofica, come io ritengo di avere. La difesa (apologia) della fede cristiana è peraltro una pratica nata con il cristianesimo stesso; e i primi apologisti (che la storia del cristianeismo annovera tra i “padri della Chiesa”, sia  di Oriente che di Occidente) furono dei filosofi (si pensi a Giustino martire), i quali si sentirono obbligati, in virtà della loro ferma convinzione razionale che il cristianesimo fosse la «verità definitiva», a smentire le false ragioni addotte da quanti allora pretendevano di negare che la dottrina cristiana fosse la rivelazione divina dei misteri della nostra salvezza. Oggi, come forse mai in passato, è compito irrinunciabile dei filosofi cristiani smentire ― con argomenti razionali, che in definitiva vanno ricondotti alla logica aletica ― le false ragioni adotte da quanti ripropongono ossessivamente le diverse fallacie del passato circa l’origine divina della dottrina cristiana o addirittura pretendono di dimostrare che “dottrina” propriamente non è (anche se conoscono la Scrittura, nella quale (cfr Gv 7, 16) si leggono queste parole di Cristo: «La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha inviato»).

 2) Che senso ha l’aggettivo “scientifica” apposto al sostantivo “difesa”? Rispondo. Io parlo di una “difesa scientifica” nel senso di una difesa fatta con argomenti razionali rigorosi, argomenti che in definitiva ― come ho detto prima ― vanno ricondotti alla logica aletica (che è la logica filosofica incentrata sul problema di accertare le condizioni di possibilità della verità in ogni situazione conoscitiva), che, essendo il campo filosofico di mia specifica competenza, mi dà la fondata speranza di poter contribuire agli scopi apostolici cui accennavo.  E non si pensi che sia arbitrario riferirsi alla filosofia quando si parla di “scienza”; infatti, nel linguaggio epistemologico classico, e anche in quello moderno da me adottato, il sostantivo “scienza” non è da intendersi come riferito riduttivamente alla teorie fisico-matematiche o biologiche (questo fanno, del tutto arbitrariamente, i fautori dello scientismo), ma va inteso come sinonimo della conoscenza per inferenza in generale, ivi comprese (e al vertice) la metafisica e la logica. Infatti il mio testo fondamentale (Filosofia del senso comune) ha come sottotitolo Logica della scienza e della fede. 

          

2. Qualche accenno agli obiettivi apostolici dell’Unione.

 L’Unione promuove studi e ricerche storico-critiche e filosofico-teologiche utili al perseguimento dei seguenti obiettivi:

  •  la divulgazione in ogni ambito della società della retta interpretazione della verità rivelata, quale si trova nei documenti della sacra Tradizione e nella sacra Scrittura, alla luce del magistero ecclesiastico, necessariamente considerato nella sua logica continuità (dalla dottrina degli Apostoli agli insegnamenti conciliari e pontifici più recenti);
  • la promozione di una maggiore unità dei cattolici nella fede comune, fornendo a tutti i giusti criteri per distinguere, in qualsiasi contesto storico-culturale, la dottrina autorevolmente proposta dalla Chiesa  come rivelazione divina ― dottrina alla quale ogni cattolico deve sempre prestare un assenso sincero e convinto ― dalle diverse ipotesi di interpretazione del dogma che possano essere proposte dalle scuole teologiche o da singoli teologi, ipotesi che nulla possono aggiungere e nulla debbono togliere all’unica verità che salva; 
  • la creazione di un nuovo clima culturale, nella Chiesa, che possa garantire ― una volta assicurata quella solida base di unità nella fede di cui sopra ― l’effettivo esercizio della libertà di opinione dottrinale e di scelte pastorali, nella consapevolezza che il pluralismo, sia teologico che pastorale, è non solo legittimo ma anche necessario ai fini dell’intellectus fidei, ossia come esigenza della fede stessa, la quale non cessa mai di ricercare nuovi e più efficaci modi di penetrare nelle profondità della verità rivelata («fides quaerens intellectum»), anche in vista di una sempre più feconda applicazione di essa alle diverse circostanze della vita personale  e delle strutture sociali (inculturazione della fede).
  • di conseguenza, una sorta di demitizzazione della teologia professionale allo scopo di sdrammatizzare le differenze di orientamento dottrinale tra diverse scuole e diversi protagonisti del dibattito pubblico, rendendo consapevoli i fedeli  che non hanno senso le reciproche accuse di infedeltà allo Spirito e i reciproci sospetti di eterodossia, perché indubbiamente Dio vuole che tutti noi, nella Chiesa, combattiamo nel solo nome della verità, dell’unica verità della fede cattolica, la quale viene prima di ogni scelta di campo nell’ambito culturale e teologico. Infatti, solo ciò che è definito dogmatico dalla Chiesa può essere  identificato con ciò che “sempre, ubique et ab omnibus” è stato creduto (Tradizione) e soprattutto con ciò che oggi e anche in futuro può essere creduto “semper, ubique et ab omnibus” proprio  in quanto è la verità rivelata da Dio in Cristo: verità che nel suo nucleo nozionale è e deve restare accessibile a tutti (comprensibile sulla sola base del “senso comune”) e proprio per questo trascende la varietà infinita delle legittime interpretazioni, tanto dei tradizionalisti quanto dei progressisti.

 Sono animato dalla convinzione che questo difficile equilibrio – tra il dovere dell’obbedienza agli orientamenti pastorali che i legittimi Pastori forniscono a tutto il corpo ecclesiale e la corrispondenza alla vocazione personale di ciascuno nella Chiesa;  tra  la fedeltà all’unica verità rivelata e la necessità di ricercare sempre nuove vie per l’evangelizzazione; tra la rispettosa accettazione dei diversi carismi e delle diverse opzioni pastorali degli altri fedeli e la passione per le proprie scelte, maturate sulla base della propria lettura dei «segni dei tempi» e sulla scorta della propria esperienza di vita  ― sia assicurato in modo ottimale dalle regole di razionalità integrale suggerite dalla logica aletica.

 

3. Le inziative dell’Unione già avviate

 Personalmente mi adopero da anni per la promozione della conoscenza della verità cattolica contro le false accuse del neopaganesimo e le intepretazioni arbitrarie e devianti prodotte dalle false teologie che pretendono di sostitursi al magistero ecclesiastico. Cito solo alcune delle opere nelle quali mi sono impegnato in passato e continuo ad impegnarmi nel presente:

 

  • pastorale vocazionale: con la catechesi degli adulti e con la direzione spirituale personale di seminaristi, religiosi, sacerdoti e laici, cerco di illustrare adeguatamente la pari dignità di tutti i “carismi” e i “cammini” nella Chiesa, per poter così aiutare efficacemente ogni persona all’ascolto di Dio, che parla a tutti mediante coloro che lo rappresentano come Pastori e maestri, ma anche al cuore di ciascuno con ispirazioni e inviti che è possibile percepire nel silenzio dell’orazione; mi adopero quindi a educare tutti all’esame di coscienza e alla contemplazione, in modo che ciascuno faccia sempre un uso responsabile della propria libertà di scelta, sapendo di poter riconoscere come si configura per lui, nelle circostanze concrete della propria esistenza, la chiamata universale alla santità e all’apostolato (nel ministero sacerdotale o nella vita laicale, nella vita consacrata o nella secolarità, nel matrimonio o nel celibato apostolico, nella salute o nella malattia, in patria o in terra di missione);
  • ricerca scientifica nel campo della logica aletica: sulla base dei miei studi sulla nozione filosofica di “senso comune” o “prime verità necessarie”, ho ideato un sistema di verifica della necessaria giustificazione epistemica di ogni asserto; cfr Filosofia del senso comune (seconda edizione intermante rielaborata, 2010), Il principio di coerenza (1997), Verità del pensiero. Fondamenti di logica aletica (2002), Metafisica e senso comune (2010); qeusto criterio fondamentale di logica aletica mi ha dato la possibilità di intervenire anche nel dibattito teologico per difendere con ragioni adeguate il carattere razionale dell’atto di fede nella rivelazione cristiana; cfr  Razionalità della fede nella Rivelazione. Un’analisi filosofica alla luce della logica aletica (2005) e “Praeambula fidei”. Le premesse razionali della fede nella Rivelazione (in corso di stampa) e per combattere le posizioni eterodosse o secolaristiche che non rispettano la verità del dogma e qeuindi nemmeno lo statuto epistemologico  della teologia sacra; cfr Filosofia e teologia (2009) e Vera e falsa teologia (in preparazione).
  • insegnamento universitario: con i miei corsi universitari di storia della filosofia e con i manuali che ho scritto e adottato come sussidio didattico − soprattutto la Storia sociale della filosofia (2006) e il Dizionario critico della filosofia (2008) − ho cercato di documentare la verità storica circa il valore scientifico e la funzione sapienziale della metafisica classica, contro la falsa concezione della filosofia moderna come superamento del realismo ingenuo e apertura a un autentico spirito  critico (concezione che offre un comodo alibi culturale a coloro che, per altri motivi, quasi sempre di ordine morale, rifiutano la verità del cristianesimo); ugualmente, con i miei corsi universitari di filosofia della conoscenza e con il manuale che ho scritto e adottato come sussidio didattico, La ricerca della verità. Dal senso comune alla dialettica (2005).

L’Unione, in quanto tale, per il raggiungimento degli obiettivi di cui sopra, conta su molteplici iniziative ― alcune a pieno regime già da tempo, altre avviato recentemente ― cui farò adesso un breve cenno.

Nell’anno 2000 ho fondato l’ISCA (International Science and Commonsense Association), associazione culturale che tuttora presiedo e che ha come segretario generale il dott. Mario Mesolella, autore di uno studio di logica aletica sul “Padre nostro”, intitolato La preghiera naturale (2010) e coordinatore dell’opera collettanea Angela da Foligno, la grande metafisica della mistica (2011). L’ISCA è stata negli anni uno strumento prezioso per coordinare a livello internazionale gli studi sulla logica aletica e sulla fondazione critica della verità del pensiero. Questo ambito di studi filosofici, che si basano sull’essenziale distinzione epistemica tra verità dell’esperienza immediata e universale (“senso comune”) e verità della riflessione su questa (“scienza”), ha  anche importanti applicazioni epistemologiche alla teologia come scienza della rivelazione cristiana e luogo teoretico di elaborazione delle possibili ipotesi di intepretazione del dogma; a cura dell’ISCA viene pubblicata ormai da undici anni la rivista Sensus communis – Annuario di logica aletica, da me diretta; nel 2011 sono iniziate anche le pubblicazioni della collana “Quaderni di logica aletica”, diretta da Mario Mesolella, con un volume collettaneo (Domenico Alfonsi – Mario Mesolella [ed.], Angela da Foligno, la grande metafisica della mistica, Roma 2011) che raccoglie gli atti di un convegno di studio che l’ISCA ha organizzato  a Foligno nel novembre del 2010 e al quale hanno partecipato, tra gli altri, il prof. Roberto Di Ceglie, il prof. Mario Pangallo e la prof.ssa Valentina Pelliccia. Vedi, sui membri e sostenitori dell’ISCA e sulel loro attività, il website  www.isca-news.org

Nel 1999 io ho dato vita a Roma alla Casa Editrice Leonardo da Vinci, della quale sono direttore editoriale e per la quale dirigo alcune collane espressamente ispirate alle finalità dell’Unione apostolica: la collana “Propedeutica filosofica”, per la pubblicazione di testi di base per gli studi filosofici nei centri accademici cattolici (sono già usciti undici titoli); la collana “La filosofia cristiana nei secoli XIX e XX”; la collana “Grande Enciclopedia Epistemologica” (più di centoventi titoli nella prima serie e sette titoli nella nuova serie). Vedi il website www.editriceleonardo.com 

Nell’anno 2011 ha iniziato le sue attività il SEFT (Servizio ecclesiale di formazione teologica), sotto la direzione del prof. don Massimiliano Del Grosso, il quale è autore di importanti opere di chiarificazione filosofico-teologica (cfr Il senso comune e il rapporto tra filosofia e teologia e Logica della Rivelazione). Poco più avanti, nel “Manifesto del Seft”, firmato da me  e dal direttore Del Grosso, sono indicate le specifiche finalità e la stuttura operativa del servizio. Vedi anche le informazioni fornite dal website www.formazioneteologica.it.

 4. I tanti modi di far parte dell’Unione.

Dell’Unione fanno parte, come membri di diritto, i dirigenti dell’ISCA e del SEFT. Qualunque altra persona può farne parte dichiarando per iscritto di condividere le finalità apostoliche dell’Unione stessa e di impegnarsi a sostenerne le iniziative nei diversi modi possibili:

 - innanzitutto, con la preghiera;

- poi, contribuendo alle inziative dell’Unione con materiale documentario, con ricerche bibliografiche, con studi filosofico-teologici e  con altre attività professionali utili;

- infine, sostenendo finanziariamente− senza alcun impegno fisso (non ci sono quote di iscrizione) – gli strumenti di lavoro dell’Unione (sito ufficiale, publicazioni, logistica dei convegni di studio eccetera).

Gli aderenti all’Unione figureranno negli elenchi pubblicati nel sito ufficiale dell’Unione (www.fidesetratio.net), a meno che non dichiarino espressamente di preferire che il loro nome resti riservato.

 Notizie aggiornate sulle iniziative dell’Unione

sono reperibili nel website www.fidesetratio.net

a cura del dott. Corrado Ruini, responsabile dell’Ufficio Stampa dell’Unione.

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SEFT (Servizio ecclesiale di formazione teologica)

«In necessariis, unitas, in dubiis, libertas; in omnibus, caritas»

Direttore: Massimiliano Del Grosso

 IL MANIFESTO DEL SEFT

di Massimiliano Del Grosso e Antonio Livi

Riteniamo che il principale e urgente servizio che si possa fornire alla comunità ecclesiale in rapporto alla formazione teologica di ecclesiastici e di laici sia il rilevamento dei criteri di base per il riconoscimento e la dimostrazione della verità, e questo servizio siamo consapevoli di poterlo fornire sulla scorta della nostra specifica competenza scientifica, quella della logica aletica. Questa metodologia porta a dare risposte serie e pertinenti alle domande che più interessano i credenti desiderosi di sapere con certezza che cosa Dio abbia rivelato e come vadano interpretate le cose rivelate da Dio. Ossia, in concreto:

 

-         è vero che la Scrittura (e solo la Scrittura) contiene la Rivelazione? Che per sapere che cosa Dio ha rivelato basta leggere la Scrittura?

-         o non sarà vero, piuttosto, che occorre anche e soprattutto conoscere la predicazione degli Apostoli, che nei secoli è tramandata dai vescovi, loro successori, e costituisce il magistero ecclesiastico?

-         oppure sono le idee dei teologi a indicarci qual è veramente la dottrina della fede? La loro interpretazione dei testi scritturistici e dei documenti del Magistero è quella vera, la sola?

-         e poi, è vero che l’essere credenti implica che ci sia qualcosa da credere in modo preciso e definitivo, come un “dogma”? Non sarà che la verità è un’altra, cioè che la fede va intesa come mero sentimento di appartenenza a una comunità religiosa, ossia come situazione contingente per la quale si verifica una partecipazione sociologica a un’espressione storica della ricerca umana del Sacro?

 

La metodologia di base della logica aletica è il rilevamento critico dell’eventuale giustificazione epistemica di ogni affermazione che si presenti con la pretesa di essere ritenuta vera. La più importante applicazione di questa metodologia riguarda dunque il problema ermeneutico, così articolato:

 

-         Ermeneutica biblica (quando, come e fino a che punto i testi della Scrittura sono da intendersi come verità rivelata?).

-         Ermeneutica del magistero ecclesiastico (se i documenti del Magistero, a cominciare dai concili ecumenici, siano da intendersi come l’indicazione definitiva della verità rivelata). 

-         Ermeneutica teologica (se le proposte dottrinali dei teologi siano da intendersi come mere ipotesi di interpretazione del dogma, oppure come la verità rivelata stessa).

 

Per il perseguimento di questi obiettivi, il SEFT fornisce − per via informatica e per mezzo di conferenze, corsi di lezioni e  convegni di studio – orientamenti teologici di vario genere:

 

  • aggiornamenti critici sui dibattiti teologici che più interessano l’opinione pubblica cattolica in Italia, riconducendo l’attenzione dei credenti agli elementi sostanziali di verità dottrinale che il Magistero ha chiaramente indicato e che non debbono essere offuscati o snaturati delle libere opinioni (che sono teologiche solo nella misura in cui sono presentate come legittime ipotesi di interpretazioni del dogma);
  •  indicazioni bibliografiche personalizzate, per far sì che ogni comunità di fedeli e ultimamente ogni credente si possa dotare di una personale biblioteca minima di testi scientificamente affidabili e dottrinalmente sicuri;
  • documentazione accurata e completa dei testi del magistero ecclesiastico che riguardano le questioni dogmatiche e morali sulle quali si avverte disorientamento presso l’opinione pubblica cattolica in Italia (proprio perché su tali questioni i mass media divulgano fin troppo le opinioni dei teologi, mentre ritengono privo di interesse l’insegnamento autorevole della Gerarchia).

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 Alcuni libri e articoli prodotti ultimamente dall’Unione apostolica “Fides et ratio”

Filosofia e teologiaNel 2009 Antonio Livi ha pubblicato

Filosofia e teologia

(Edizioni Studio Domenicano, Bologna)

 un trattato sul tema del rapporto tra filosofia e teologia alla luce del rispettivo statuto epistemologico, con un’ampia disamina degli insegnamenti del Magistero in proposito,

dal Concilio Vaticano I (1870) alla “Fides et ratio” (1998).

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La filosofia nel sistema teologico di Tommaso d’Aquino

Articolo di Antonio Livi pubblicato dall’Osservatore Romano il 2 giugno 2010, lo stesso giorno nel quale il papa Benedetto XVI ha parlato di Tommaso d’Aquino nella consueta catechesi del mercoledì.

 

Già dagli ultimi decenni del Novecento e soprattutto in questo primo decennio del Duemila il panorama filosofico mondiale non è più caratterizzato solo dal pensiero “post-metafisico”, ma registra anche una vigorosa ripresa della metafisica. Ciò si deve soprattutto alla passione teoretica e alla competenza storiografica di insigni studiosi europei e americani di ispirazione tomista che sono stati capaci di dimostrare criticamente la possibilità e la necessità della metafisica, in serrata polemica con i sostenitori del suo “oltrepassamento” ( Überwindung) ma anche in dialogo costruttivo con le istanze teoretiche presenti nelle più importanti scuole filosofiche, da quella fenomenologica a quella ermeneutica e a quella analitica. È stato grazie a questo dialogo fecondo con il pensiero contemporaneo che la nuova fioritura di studi tomistici è stata in grado di riportare alla luce i fondamenti epistemologici della metafisica, dimostrandone criticamente l’incontrovertibilità come scienza e la necessità come sapienza. L’innegabile presenza del pensiero di Tommaso d’Aquino nel dibattito filosofico contemporaneo si deve appunto allo specifico contributo fornito dai pensatori cristiani alla soluzione dei problemi che stanno al centro della ricerca epistemologica moderna.
Tale contributo consiste nella soluzione data al problema della metafisica (se sia possibile o addirittura imprescindibile), ma presuppone i risultati cui è pervenuta la celebre querelle (iniziata nel 1931 alla Sorbona e alla quale parteciparono Maurice Blondel, Émile Bréhier, Léon Brunschivicg, Étienne Gilson e Jacques Maritain) sull’esistenza storica e sulla possibilità teorica di una filosofia cristiana. La discussione è continuata fino ai nostri giorni e ha finito per coinvolgere tutti i pensatori cristiani che ben comprendevano come essa implicasse la soluzione del problema se possa esserci un terreno d’incontro tra ragione e fede. Ma finora la possibilità della metafisica e la possibilità di una filosofia cristiana sono stati considerati come problemi separabili l’uno dall’altro, e di fatto sono stati affrontati separatamente, mentre andrebbero compresi come due aspetti della medesima questione  . Già Giovanni Paolo II li aveva opportunamente collegati tra loro nell’enciclica  Fides et ratio (14 settembre 1998), la quale può considerarsi un intervento del magistero ecclesiastico a favore della metafisica proprio come struttura portante della filosofia cristiana, che Giovanni Paolo ii, riallacciandosi agli insegnamenti di Leone xiii (cfr. l’enciclica  Aeterni Patris del 1879), considera indispensabile strumento dell’interpretazione teologica della verità rivelata. Insomma, il richiamo alla necessità della metafisica – e alla sua possibilità anche nell’epoca attuale – ha senso, in un’ottica teologica, all’interno del riconoscimento della possibilità e della necessità di una filosofia cristiana.

Riassumendo anni di studi e di discussioni sul problema della filosofia cristiana, la  Fides et ratio ne prospetta la soluzione alla luce della storia della Chiesa, mostrando cioè il fecondo cammino della teologia dalle origini patristiche alle sintesi medioevali, per poi additare il metodo di Tommaso come il modello, oggi più che mai valido, di una speculazione capace di penetrare a fondo nel significato delle verità rivelate (accolte con assoluta certezza dalla fede) facendo ricorso anche a quelle verità naturali (certificate dalla ragione nella sua funzione critica) che risultano sostanzialmente connesse al contenuto razionale della rivelazione divina. Ciò che in Tommaso può chiamarsi “filosofia cristiana” altro non è, appunto, se non il necessario e congruo uso della filosofia in teologia:  uso che risponde certamente a finalità primariamente teologiche ma anche al rilevamento critico (cioè filosofico) degli elementi di razionalità che sono comuni alla conoscenza delle realtà create e alla cono scenza dei misteri soprannaturali. In Tommaso d’Aquino l’autonomia formale e l’unità intenzionale di filosofia e teologia costituiscono un “sistema aperto”, nel quale, come ha saputo dimostrare Gilson, la filosofia è autenticamente razionale e capace di giustificare dialetticamente i propri asserti, ma non può essere separata dal contesto teologico che le fornisce un’impareggiabile motivazione esistenziale alla ricerca filosofica      .
Tornando al nesso tra il problema della filosofia cristiana e quello della metafisica, Giovanni Paolo ii non manca di rilevare che l’affermazione del principio dell’armonia di ragione e fede in teologia dipende in Tommaso d’Aquino da un fondamentale presupposto metafisico, quello dell’unità dell’ordine naturale ( ordo creationis) e di quello soprannaturale ( ordo gratiae) nella nozione cristiana di Dio Creatore e Redentore dell’uomo. A questo proposito la  Fides et ratio riporta un celebre passo del  Liber de veritate catholicae fidei (i, 7) e lo commenta osservando che Tommaso “argomentava a partire dal principio che la luce della ragione e quella della fede provengono entrambe da Dio, e quindi non possono contraddirsi tra loro” ( 43). Proprio in virtù di questo fondamento metafisico – un fondamento reale e non arbitrario, incontrovertibile e non postulatorio – la filosofia cristiana è stata feconda di risultati propriamente razionali e ha segnato un effettivo progresso nella storia della filosofia. Già agli inizi del Novecento gli elementi più rilevanti di questo progresso erano stati individuati e valorizzati da Gilson sul piano storico-critico. Nella sua opera su  L’Esprit de la philosophie médiévale (1931) Gilson dimostrava che le nozioni metafisiche più caratteristiche del pensiero medioevale sono tutte di derivazione teologica:  esse fanno seguito alla rivelazione biblica e non ve n’è traccia nella filosofia pre-cristiana; inoltre, sono nozioni dalle quali il pensiero moderno non ha potuto più prescindere, anche se talvolta si è prefisso di contrapporsi al pensiero cristiano medioevale. Gilson poteva documentare questa sua tesi storiografica sulla base dei suoi studi, criticamente ineccepibili, sulla derivazione scolastica delle principali nozione metafisiche del sistema cartesiano. A distanza di oltre mezzo secolo, questa rilevazione gilsoniana ha trovato conferma nel magistero di Giovanni Paolo ii (cfr.  Fides et ratio, 76). Ma allora non si deve perdere di vista il nesso intrinseco che esiste tra filosofia cristiana e metafisica. L’originalità e il valore propriamente filosofico della filosofia cristiana altro non è se non l’originalità e il valore propriamente filosofico della metafisica cristiana, che trova il suo culmine speculativo all’interno della teologia di Tommaso. Occorre dunque ricordare che la metafisica di Tommaso, incentrata com’è noto sulla nozione originalissima e feconda di  esse ut actus, dipende totalmente dalla rivelazione biblica, grazie alla quale il rapporto tra mondo e Dio è inteso come rapporto tra creatura e Creatore, e Dio è l’Essere assolutamente trascendente ( ipsum esse subsistens) che per amore dona l’essere a ogni cosa che noi vediamo esistere e che così è  habens esse, un ente per partecipazione. Per sottolineare la derivazione biblica della metafisica creazionistica Gilson coniò l’espressione  métaphysique de l’Exode, da molti non correttamente compresa e pertanto ingiustamente criticata. Tutta l’opera filosofica e teologica di Tommaso è in stretta connessione con il principio metafisico della creazione/partecipazione, dal quale derivano i criteri epistemologici fondamentali, come quello cui Tommaso si ispira nel formulare la sua dottrina dei  praeambula fidei, ossia dei rapporti tra fede nella rivelazione e ragione naturale:   Fides praesupponit rationem, sicut gratia naturam et perfectio perfectibile.

(©L’Osservatore Romano – 2 giugno 2010)

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APPLICAZIONI DI LOGICA ALETICA:

COME INTERPRETARE GLI INSEGNAMENTI DELLA “FIDES ET RATIO”

SUI RAPPORTI TRA RAGIONE NATURALE E FEDE CRISTIANA 

 

 

 

 

 

11/11/2009 14.54.42



Convegno alla Lateranense sulla persona umana davanti al Crocifisso

“La persona umana di fronte al Crocifisso”: su questo tema la Pontificia Università Lateranense ha organizzato ieri una giornata di studio alla presenza di docenti di antropologia, storia delle religioni, teologici e medici. In discussione anche la recente sentenza della Corte di Strasburgo sulla presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche. Ma come questo simbolo interroga l’uomo contemporaneo? Gabriella Ceraso lo ha chiesto a mons. Antonion Livi, già decano alla facoltà di Filosofia della Lateranense:
 
 
R. – La parola e il simbolo materiale del Crocifisso indicano una verità del Vangelo ed ossia che Dio ci ha amati sino a dare suo Figlio, che si è offerto per noi. Per cui è il messaggio dell’amore gratuito, libero ed infinito. Questo messaggio all’uomo di oggi serve per ricordargli che per sapere chi è deve usare la ragione che gli dice che lui è persona libera, responsabile e membro della comunità umana. Ma questo non basta, perché deve anche accettare la rivelazione che con Cristo l’uomo è anzitutto creatura, Figlio del Padre Eterno e poi è proprio per questo fratello.
 
 
D. – E’ un simbolo universale?
 
 
R. – Certo che è universale! perché questa verità sull’uomo non è un mistero rivelato che qualcuno può credere o non credere. E’ una realtà ontologica: l’uomo scopre in se stesso di essere figlio, perché la creazione da parte di Dio non è una invenzione del cristianesimo, ma era già prefigurata in qualche modo nella filosofia pagana. La filosofia cristiana l’ha addirittura dimostrata in maniera razionale: l’uomo non esisterebbe se non ci fosse Chi dà l’essere.
 
 
D. – Come guardare alle recenti polemiche dopo la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo…
 
 
R. – Un Paese che è democraticamente cattolico al 90 per cento e che ha nella sua Costituzione i Patti Lateranensi, ha tutto il diritto di esporre il Crocifisso, proprio perché fa parte delle libere scelte democratiche della nostra patria.
 
 
D. – Il confronto con il Crocifisso può fornire un modello per la crescita dell’uomo?
 
 
R. – Certo, perché i diritti dell’uomo sono stati portati nella civiltà mondiale proprio dal cristianesimo. Prima del cristianesimo non c’era nemmeno l’idea dell’uguaglianza assoluta degli uomini in base alla loro dignità umana, non c’era tutela di nulla, c’era la prepotenza di gruppo, di setta, di potere. E’ stato proprio il cristianesimo che ha detto: “non ci sono né greci né barbari; né uomo né donna; né ebreo né gentile: sono tutti una sola persona in Gesù Cristo”. D’altra parte il cristianesimo tanto ha rispettato il diritto dell’uomo e la libertà da creare per la prima volta nella storia del mondo la laicità. Ricordare tutte queste cose in sintesi con il Crocifisso non è offesa per nessuno, ma è un messaggio positivo per tutti.

 

 

 

 

 

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Incontro con Giovanni Paolo II nel 1998, dopo la pubblicazione dell'enciclica "Fides et ratio".
Incontro di Anonio Livi con Giovanni Paolo II nel 1998, dopo la pubblicazione dell’enciclica “Fides et ratio”.

con Benedetto XVI 

Nel 2008 Antonio Livi, come decano della facoltà di Filosofia dell’Università Lateranense, illustra al papa Benedetto XVI le iniziative accademiche promosse dalla sua facoltà alla luce degli insegnamenti dell’enciclica di Giovanni Paolo II, Fides et ratio, della quale ricorreva il decennale (1998).

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 CONTRO IL FIDEISMO: DIMOSTRAZIONE LOGICA DELLA RAZIONALITÀ DELL’ATTO DI FEDE NELLA RIVELAZIONE CRISTIANA

Commento di Roberto Di Ceglie a un’opera diA. Livi sull’argomento

Antonio Livi, Razionalità della fede nella Rivelazione. Un’analisi filosofica alla luce della logica aletica, II ed. aumentata, Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2005. Un volume di pp. 168.

 

Questa seconda edizione del saggio che Antonio Livi ha pubblicato nel 2002 affronta nuovamente il problema che è concisamente presentato nella quarta di copertina: «Se la fede di un cristiano consiste nel sapere che in Dio ci sono tre Persone uguali e distinte e che il Verbo si è fatto carne (sono i due principali “misteri della fede”), come fa il credente a sapere che la sua credenza è fondata?». L’oggetto dell’indagine così dichiarato mostra da subito e  inequivocabilmente che la ricerca in questione (della quale è stata pubblicata negli Stati Uniti d’America una versione in lingua inglese: Reasons for Believing. On the Rationality of Christian Faith, The Davies Group, Aurora, Colorado, 2005) non ha nulla in comune con i numerosi tentativi intellettualistici di evacuazione del mistero rivelato documentati dalla storia della filosofia soprattutto in età moderna e contemporanea. Difatti, sin dalla precisazione appena riportata, l’Autore da un lato mostra di considerare razionalmente intangibile il dato rivelato, e si pone così contro ogni razionalismo; dall’altro, sottolinea di ritenere razionalmente fondato e quindi indagabile l’assenso al suddetto dato rivelato. L’assenso, difatti, essendo atto della mente, quindi sostanziato di ragione e di volontà, è libero e responsabile, e dunque dotato di un preciso profilo razionale; e la fede non può pensarsi in termini di “salto nel vuoto” e di gesto “del cuore”, nozioni che risultano prive sia di fondamenti veritativi che di una corretta comprensione del nesso libertà-verità: un atto davvero libero, infatti, non può che fondarsi nella verità. Senza sconfinare nel campo proprio alla teologia, l’opera costituisce una rigorosa indagine di filosofia della conoscenza, e non si limita pertanto all’atto di fede cristiana, dato che esso è caratterizzato dalla dinamica di evidenza e di mistero e quindi richiede una indagine previa intorno alla conoscenza naturale di Dio, indagine nella quale l’Autore combina proficuamente elementi di filosofia della religione e di teologia naturale. Veniamo dunque all’articolazione del testo.
Un’ampia premessa è dedicata al tema della conoscenza naturale di Dio, ove per “naturale” si intende non tanto il riferimento al percorso razionale col quale l’indagine filosofica fa luce su determinate certezze circa l’esistenza di Dio e dei suoi attributi, quanto invece la certezza di senso comune, di carattere spontaneo, irriflesso e dunque universale, per cui ogni uomo, sulla base delle nozioni di essere delle cose e di causa, risale dal mondo a Dio, dall’insieme delle cose e dei fatti di cui ha esperienza alla loro Causa, che si rivela perciò spontaneamente Principio e Fine di tutto. Dell’esistenza di Dio difatti non è possibile alcuna dimostrazione in sede razionale se non al modo di un’esplicitazione della certezza  - spontanea e presupposta a ogni dimostrazione – di cui abbiamo appena detto, e di cui vi è traccia esemplificatrice (ne citiamo una per tutte) nel procedimento adottato da Tommaso d’Aquino nel caso delle “quinque viae”. Anche se Livi non la chiama esplicitamente così, ci pare del tutto congruente con la sua impostazione definire l’esistenza di Dio un “mistero naturale”; e ci pare inoltre opportuno estendere questa definizione anche alle altre certezze che l’Autore ha denominato di “senso comune”: l’esistenza delle cose, dell’io, della libertà. Sono certezze universali, fondamento ineludibile di ogni ulteriore riflessione. L’Autore le ha definite così per ricomprendere adeguatamente il più profondo significato del realismo classico a confronto con l’attitudine razionalistica moderna nata dal “cogito” cartesiano, contro la quale, appunto, si è parlato per la prima volta, di “senso comune”, pur senza averlo colto nella sua più autentica valenza di radicamento razionale del realismo, come invece ha fatto Livi nel corso di molti volumi dedicati all’argomento, sulla scorta dell’insegnamento storiografico e teoretico di Étienne Gilson. Ora, a nostro avviso, tali certezze sono “mistero” perché all’effettiva e inoppugnabile evidenza della loro autenticità si coniuga l’impossibilità – dato il loro carattere di “principio” – di poterle dedurre da altro, così come, analogamente, dei contenuti del mistero sovrannaturale della Rivelazione va detto che la loro verità è assoluta nell’ambito della fede anche se essi non risultano suscettibili di alcuna indagine, proprio perché “principio” della stessa fede. Nel più autentico spirito della tradizione filosofica e teologica cristiana, l’Autore segue dunque l’adagio medioevale e tipicamente tommasiano secondo cui “gratia non tollit naturam sed perficit”. Infatti, come si è appena sottolineato, prima di indagare l’atto di fede cristiana, egli svolge un percorso di teologia naturale teso a mostrare che la religione in genere si fonda sulla certezza dell’esistenza di Dio. E svolge parimenti un’indagine di filosofia della religione laddove mostra che tale certezza si intreccia con l’altrettanto universale “esperienza religiosa”, da intendersi come la consapevolezza del mistero, dell’inadeguatezza costitutiva della ragione nei confronti della Trascendenza, e il cui nucleo è costituito dall’intuizione che il mondo è creato e governato da un Dio personale, al quale ci si può e ci si deve rivolgere con il culto. Da qui possiamo cogliere una sottesa definizione di “religione”, come atteggiamento individuale o collettivo che sorge dalla convinzione che la realtà fa capo a un principio personale al quale bisogna perciò rivolgere doverosi atti di culto accompagnati da una adeguata condotta pratica. Da tale esperienza religiosa (di “senso comune”) sorgono sia le religioni positive che la ricerca razionale su Dio o teologia filosofica.
Svolta questa impegnativa premessa sulla conoscenza naturale di Dio, il volume analizza nel primo capitolo le diverse forme di fede. Si afferma a ragione l’autentica validità della conoscenza indiretta per testimonianza o “fede”, da distinguere dalla conoscenza diretta (che avviene a sua volta sia in forma immediata, nel caso dell’esperienza irriflessa, sia in forma mediata, nel caso del ragionamento e quindi del sapere dimostrativo). Alcuni oggetti di conoscenza non sono difatti raggiungibili se non attraverso questo tipo di sapere (ed escluderli dal novero delle cose conoscibili, come spesso è accaduto nella filosofia moderna, significherebbe adeguare la realtà al pensiero anziché il contrario): è il caso della conoscenza storica così come di quella dell’interiorità personale che è oggetto della psicologia. È anche il caso della conoscenza dei fatti storici fondativi della fede cristiana ai quali è specificamente dedicato il secondo capitolo. La fede cristiana difatti è un sapere che si basa sulla testimonianza degli Apostoli. Dunque è tale testimonianza, e solo essa, che va indagata per accertare l’effettiva credibilità della fede. E questo è il primo passo da compiere: «La fede divina (credere a Dio che si rivela in Gesù) presuppone necessariamente la fede umana (credere agli apostoli che hanno visto Gesù risuscitato e sono stati con lui per quaranta giorni)» (p. 85).
Nell’ultimo capitolo, dedicato alle dimensioni razionali della fede nella rivelazione divina, si prendono in considerazione i “praeambula fidei” e i “motivi di credibilità”, ossia le presupposizioni di carattere logico-metafisico e le ragioni di ordine storico-empirico che fondano la credibilità della testimonianza degli Apostoli. Assume allora grande rilievo il tema della libertà e del merito connesso all’atto di fede. La fondatezza razionale della fede che risulta dalle analisi in questione tende difatti ad apparire inversamente proporzionale alla libertà della stessa. Ciò però – si noti – solo se si equivoca sulla nozione di libertà. Sebbene l’Autore non vi si soffermi distesamente, egli fornisce però in vari luoghi tutti gli elementi per una adeguata riflessione in merito. Se la libertà non si costituisce nella scelta indifferente per il bene o il male, per il vero o il falso, ma sempre per il bene e il vero, essa non può che comportare tutta l’attenzione possibile all’accertamento della verità, e la conseguente scelta di adesione a ciò che è vero e bene. La fede nella Rivelazione è libera nella misura in cui la verità del dato rivelato è cercata e compresa, quindi non pregiudizialmente affossata. Ciò comporta un merito ben preciso, come sottolinea l’Autore, proprio perché la fede appare così basata su un atto di libertà, «che implica naturalmente responsabilità, per cui la fede è moralmente meritoria e l’ostinazione a non voler credere può essere moralmente colpevole» (p. 111).
La “razionalità della fede” non comporta dunque alcun determinismo, come invece, in tempi di scetticismo e di fideismo diffusi, il solo uso di tale locuzione induce molti a pensare. Considerarla adeguatamente – cosa che fa questo volume – costituisce anzi la condizione per preservarne i contenuti dal razionalismo così come dal fideismo, perché il dato soprannaturale (ciò che si crede) non è di per sé oggetto di indagine da parte dell’Autore, e perché il suo oggetto di indagine (le ragioni per le quali si crede) viene affrontato nella prospettiva della conoscenza indiretta, e non in quella diretta immediata (universalmente applicata dal fideismo) né in quella diretta mediata (universalmente applicata dal razionalismo). Infine, una razionalità della fede così compresa permette, per il suo fondamentale rilievo della dinamica suaccennata tra fede divina (in Gesù) e fede umana (negli Apostoli che testimoniano la resurrezione di Gesù), di evidenziarne il carattere cristocentrico, come l’Autore sottolinea citando Tommaso d’Aquino: «Credo quidquid dixit Dei Filius: nihil hoc verbo veritatis verius». Molto interessante, a questo proposito, è l’Appendice che Livi dedica a un’analisi della presenza della categoria del “senso comune” nell’enciclica Fides et ratio (1998), nella quale Giovanni Paolo II faceva il punto sui rapporti tra ragione filosofica e fede nella rivelazione cristiana.

 

Roberto Di Ceglie

Docente di Filosofia della religione nell’Università Lateranense

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LA METAFISICA DELLA CREAZIONE, PREMESSA RAZIONALE DELLA FEDE E DELLA MORALE CRISTIANA

 

INTERVISTA DELLA RADIO VATICANA AD ANTONIO LIVI

SUL SIGNIFICATO RELIGIOSO, CULTURALE E POLITICO

DEL CROCIFISSO NELLE AULE SCOLASTICHE