LETTERATURA CRITICA SUL PENSIERO DI A. LIVI
Maria Adelaide Raschini
“Filosofia del senso comune” in Cultura e Libri, n. 66 (1991), pp. 61-67.
Pier Paolo Ottonello
“Filosofia del senso comune” in Cultura e Libri, n. 66 (1991), pp. 68-75.
Ariberto Acerbi
“Antonio Livi: il dinamismo della coscienza” in Studi cattolici, 46 (2002), pp. 283-286.
Philip Larrey
“Verità del pensiero” in Cultura e Libri, n. 141-142 (2003), pp. 37-42.
Valentina Pelliccia
“Verità del pensiero”, in Cultura e Libri, n. 141-142 (2003), pp. 43-56.
Juan José Sanguineti
“Verità del pensiero” in Cultura e Libri, , n. 141-142 (2003), pp. 57-62
Roberto Di Ceglie
La filosofia del senso comune in Italia. Obiezioni e risposte Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2005.
Evandro Agazzi
Senso comune e filosofia in Evandro Agazzi (ed.) Valore e limiti del senso comune, Franco Angeli Editore, Milano 2004, pp. 193-199.
Loretta Iannascoli
Verità e ricerca. La gnoseologia di Romano Guardini a confronto con la filosofia del senso comune Casa Edditrice Leonardo da Vinci, Roma 2008, pp. 228.
Valentina Pelliccia (ed.)
Per una metafisica non razionalistica. Discussione su “Metafisica e senso comune”, di A. Livi, Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2008, pp. 186 (contributi di Francesco Coralluzzo, Roberto Di Ceglie, Markus Krienke, Francisco de Macedo, Ambrogio Giacomo Manno, Maria Antonietta Mendosa, Mario Mesolella, Pier Paolo Ottonello, Horst Seidl e Flavia Silli).
Piero Vassallo
Antonio Livi: la riabilitazione del senso comune in Idem, Memoria e progresso, Fede & Cultura, Verona 2009, pp. 135-140.
Philip Larrey (ed.)
Per una filosofia del senso comune. Studi in onore di Antonio Livi, Italianova, Milano 2009, pp. 260. Il volume comprende vari contributi per la valutazone della proposta teoretica di Antonio Livi:
- sul problema della verità (senso comune e logica aletica), Dario Antiseri (Roma), Giovanni Giorgio (Teramo) e Santiago Zabala (Berlino) esprimono le loro riserve, riproponendo il “razionalismo critico” di Popper e il “peniero debole” di Vattimo;
Antonio Livi (ed.)
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RECENSIONI
Antonio Livi, Il senso comune tra razionalismo e scetticismo: Vico, Reid, Jacobi, Moore, Massimo, Milano 1992 (Collana “Scienze umane e Filosofia”, n. 30), pp. 176.
RECENSIONE DI SANDRO SCALABRIN
Questo nuovo volume che presentiamo trova coerentemente posto nell’incedere sicuro dell’indagine teoretica di Antonio Livi che ha prodotto già esiti di chiaro rilievo scientifico e di notevole originalità nella impostazione del problema della conoscenza. Dai primi studi su Étienne Gilson e sul problema della filosofia cristiana (cfr., ad es., Il cristianesimo nella filosofia, Japadre, L’Aquila 1969) all’approfondimento critico del problema dei fondamenti e dell’unità del sapere d’esperienza, avviato sulla base di una rigorosa chiarificazione della nozione di senso comune (cfr. Filosofia del senso comune, Ares, Milano 1990), gli interessi dell’autore si sono sempre rivolti verso il riconoscimento e la definizione dei presupposti logici di un pensiero che riconduca l’esperienza umana a un fondamento di certezza, ponendosi in costante comunicazione dialettica con le diverse opzioni, anche “deboli”, del pensiero contemporaneo: nella prospettiva delineata, razionalismo e scetticismo rappresentano infatti esiti diversi della medesima “rottura” epistemologica, operata nei confronti del senso comune quale premessa necessaria di ogni sapere[1]. Lo stesso autore rimanda alle pagine di Filosofia del senso comune per la compiuta giustificazione dal punto di vista epistemologico della impostazione adottata; in quella sede è stata svolta un’argomentazione che inquadrava precisamente le complesse questioni teoretiche: il senso comune è stato analizzato nel suo contenuto e nella struttura formale e definito come un sistema organico di giudizi veritativi primi e indubitabili – reciprocamente e necessariamente implicantisi e generati secondo un ordine preciso e immutabile (l’esserci del mondo e del mio io, l’ordine dei fini e Dio, come Causa prima e Fine ultimo della realtà) – che costituiscono le basi di ogni sapere e la condizione perché esso sia comunicato. Oltre a presentare un valore in margine alla riflessione epistemologica propriamente detta, tale precisa formalizzazione del senso comune, evidenziando il suo carattere di sapere diretto e immediato, ha manifestato in quel testo di avere una rilevanza fondamentale ai fini di una determinazione della natura e dei limiti della scienza metafisica e dello spazio di razionalità che spetta all’atto di fede[2].
La ricerca si approfondisce ora da un punto di vista storiografico e nel libro in esame la nozione di senso comune diventa il criterio interpretativo fondamentale attraverso il quale l’autore si rivolge alla storia della filosofia, disegnando un percorso che, per rapidi “salti”, dal realismo classico dei Greci giunge fino al nostro secolo. La ricerca storiografica ha un chiaro intento critico: non mira cioè a una ricostruzione complessiva del pensiero e dell’opera degli autori considerati, ma rintraccia in essi gli elementi che concorrono alla definizione di una dottrina del senso comune. In alcuni casi si tratterà di valutare la riflessione che è stata esplicitamente dedicata a questo tema; in altri si troveranno implicite conferme alle tesi sostenute svolgendo criticamente le premesse teoretiche di posizioni di pensiero che solo in parte o indirettamente si riferiscono alle certezze del senso comune. Un’indagine di questo tipo lega quindi l’esame storiografico a un’evidente responsabilità interpretativa – come sempre accade quando il fine dell’indagine è la verifica di una precisa tesi ermeneutica – e si presta a un duplice ordine di considerazioni, essendo da valutare tanto l’adeguatezza dei criteri di “rilettura” quanto le conclusioni teoretiche che, sulla base di questi, si derivano. Di ció è certamente consapevole Antonio Livi che, nel fondare sulla logica del senso comune un criterio interpretativo capace di confrontarsi significativamente con i momenti più importanti della storia del pensiero, si ripropone infatti di riaffermare che questa logica investe le condizioni fondamentali per la stessa possibilità che una riflessione filosofica possa prodursi, non tralasciando però di verificare nel contempo il carattere primario, universale e necessario che l’analisi teoretica ha attribuito alle proposizioni del senso comune: la dimostrazione che esse sono le premesse logiche di ogni discorso – filosofico, o comunque dotato di senso -, richiede infatti che il piano prescientifico (le certezze del senso comune sono evidenze immediate che non possono essere derivate a partire da altre premesse e costituiscono, in quanto tali, il presupposto di ogni ulteriore attività conoscitiva) si coniughi per via argomentativa con l’istanza critica e attraverso la ricognizione storiografica verrà a palesarsi anche la consistenza della tesi gnoseologica sostenuta.
La ricerca compiuta da Livi abbraccia un arco di tempo più ampio di quello che comprende i soli autori citati nel titolo; il suo punto focale è costituito dalla analisi della svolta “razionalistica” che caratterizza il pensiero moderno ma, proprio per evidenziare la portata in questo senso decisiva della dottrina cartesiana del metodo, essa prende l’avvio dai classici della filosofia greca antica e cristiana medievale – da Parmenide e Platone a Tommaso d’Aquino – nei quali si ritrova un metodo metafisico che riconosce e salvaguarda le certezze del senso comune. La necessità di tematizzare dialetticamente tale ambito conoscitivo emergerà solo più tardi con Cartesio che si pone non a caso quale interlocutore privilegiato per la conferma della propria tesi interpretativa. Il “dubbio metodico” in virtù del quale il filosofo francese procede alla ricerca della conoscenza di cui si possa avere certezza presenta infatti un carattere razionale che disconosce l’evidenza immediata delle certezze del senso comune, ma soprattutto introduce un criterio filosofico che prevede la negazione (anche se temporanea) di queste ultime, che l’autore afferma invece essere logicamente impossibile. Si tratterà allora di analizzare l’argomentazione cartesiana per verificarne la coerenza logica: la conclusione a cui si perviene è che essa è da considerarsi teoricamente debole, in quanto la possibilità di approdare alla certezza del cogito richiede il confronto e l’accordo tra il giudizio (”io sono”) e la realtà (che “io”, come realtà metafisica, “esisto”) e quindi implicitamente presuppone e utilizza una conoscenza oggettiva che precedentemente aveva invece esclusa.
Se tale raffronto critico individua già efficacemente l’ambito problematico della ricerca e porta la prima conferma alla tesi gnoseologica fondamentale – che afferma, ora sarà chiaro, l’impossibilità logica di negare le certezze del senso comune facendo allo stesso tempo un discorso razionale, affermazione del tutto diversa, giova ricordarlo, da una dimostrazione per “via diretta” di quelle certezze che la ragione critica non può pretendere -, riteniamo che non sia qui che si ritrovino le questioni teoricamente più pertinenti e le proposte interpretative più originali.
Cartesio, introducendo la dialettica razionalismo/scetticismo, ha posto al pensiero moderno la necessità di interrogarsi su quali siano le basi di un conoscere oggettivo, e quindi di un consenso universale sui princìpi della ragione (pratica e teoretica) e della fede; la riflessione dei moderni si pone quindi necessariamente in confronto con la nozione di senso comune rendendone esplicito il valore epistemico: la “certezza” è diventata problema – e continua a esserlo per i contemporanei – e la dottrina del senso comune risolve positivamente il problema della certezza individuando e recuperando le condizioni logiche della sua impossibilità. L’indagine sul senso comune va ora direttamente al cuore del problema della modernità dove ogni comprensione dell’”intero” risulta pregiudicata: “Proprio perchè le certezze del senso comune sono state con Cartesio investite dal dubbio metodico – scrive Livi riconfermando conclusivamente la sua impostazione – non restava che un recupero razionalistico di talune di queste certezze oppure una totale perdita di quelle certezze, con la conseguente morte della filosofia stessa” (p. 147).
È emersa quindi l’importanza della nozione di senso comune nella filosofia moderna e contemporanea e si comprenderanno ora le ragioni del riferimento nel titolo ad alcuni autori: Vico, è stato il primo a comprendere l’importanza di una difesa filosofica del “comune sentire delle genti” e a ritrovare in esso un giudizio riguardante le verità essenziali per la vita umana. Dopo di lui Reid, Jacobi e Moore hanno riconosciuto più di altri il posto fondamentale che spetta alla nozione di senso comune (common sense, Vernunftglaube) per poter parlare di una conoscenza che abbia i requisiti di un’assoluta incontrovertibilità, anche se all’interno di indagini speculative che non hanno saputo svolgere fino in fondo un’attenta analisi epistemica; scrive infatti l’autore: “La conferma che abbiamo cercato – e che pensiamo di aver trovato – nella storia della filosofia è, comunque, un consuntivo di parziali ammissioni e di smentite invalide più che una serie di progressive e corali affermazioni a favore del senso comune” (p. 9), e per questo la conclusione finale di questo lavoro storiografico sarà “la conferma della necessità di un discorso teoretico rigoroso e approfondito sul senso comune, quale abbiamo sviluppato nell’opera Filosofia del senso comune” (p. 149).
In conclusione, vogliamo rimarcare, oltre alla solidità dell’impianto speculativo che conferisce un senso unitario all’indagine, l’utilità didattica della ricerca che abbiamo presentato (alla fine del libro un dizionario critico fornisce anche una definizione dei principali termini filosofici): essa offre, a nostro avviso, un chiaro esempio di come l’approfondimento storiografico possa, e debba, costituire un momento determinante della riflessione teoretica e come solo attraverso il tentativo di riconoscere e comprendere le diverse istanze espresse dal pensiero dell’uomo la ricerca possa raggiungere una compiuta consapevolezza critica.
(“Acta philosophica”, fascicolo I, volume 2 (1993), pp. 184-185).
[1] Cfr. la recensione in Acta Philosophica, n. 1, 1992, pp. 132-136.
[2] Sulle tesi di Filosofia del senso comune molte voci autorevoli hanno espresso la loro opinione: ricordiamo la recensione di Maria Adelaide Raschini apparsa sul primo numero di Acta philosophica; a completamento di queste note segnaliamo anche la nostra recensione, apparsa in Renovatio, 1991, n. 3.






