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Discussione sul libro “Il principio di coerenza”

Recensione del libro di Antonio Livi, Il principio di coerenza. Senso comune e logica epistemica (Armando Editore, Roma 1997)   A cura del prof. Juan José Sanguineti Pontificia Università della Santa Croce (Roma)     È questo il terzo volume dedicato dall’autore alla questione del senso comune, visto come fondamento della filosofia realista. L’incancellabile percezione delle verità primarie del senso comune costituisce la base per affrontare le contraddizioni dei sistemi filosofici che pretendono un inizio assoluto senza presupposti, in mancanza del quale si cade nello scetticismo. Non si tratta di rilevarvi delle semplici contraddizioni logico-formali, ma altre più profonde di natura pragmatica: il filosofo negatore di un elemento del senso comune manifesta nel suo agire da filosofo (nel linguaggio e nel dialogo) di presupporre quanto teoreticamente pretende di ignorare. Non basta dunque la logica formale, ma occorre una logica aletica, relativa alla pretesa di verità del discorso e quindi previa alle mediazioni discorsive e alla prassi linguistica.   L’importanza dell’argomento si desume dall’ampiezza confutativa consentita dal procedimento di ridurre i filosofi dei sistemi chiusi ai loro presupposti impliciti. Tale riduzione, utilizzata per la prima volta da Aristotele contro i relativisti, finisce col portare gli interlocutori all’auto-confutazione. Antonio Livi, seguendo la traccia aristotelica, impiega sistematicamente il metodo dialettico della confutazione elenctica all’interno di una metafisica realista che risulta in questo modo criticamente fondata, in quanto l’assurdità di negare un principio del senso comune conduce indirettamente, ma anche apoditticamente, alla sua affermazione. In questo senso egli denomina “filosofia del senso comune” una filosofia che, senza ridursi al nucleo delle verità del senso comune, possedute in modo spontaneo da tutti gli uomini, anche “in silenzio”, ritorna comunque ad esse di continuo per verificare la saldezza delle proprie posizioni e per eliminare le deviazioni razionali. E’ esattamente la funzione assegnata da Tommaso d’Aquino ai primi principi, la cui verità è in grado di fondare un supremo iudicium su tutte le altre verità, cosicchè quei principi, colti dall‘intellectus agens, fanno capo al duplice procedimento della ragione, quello della resolutio e quello della compositio (riduzione al principio e sintesi posteriore). Si scorge così la rilevanza dei principi per il metodo della metafisica (e anche dell’etica). Sarebbe fraintesa questa tematica se venisse assimilata ai soliti procedimenti dell’assiomatismo. I primi principi onto-gnoseologici, chiamati da Livi certezze fondamentali del senso comune, non sono punti di partenza delle catene deduttive di un sistema. Succede invece al contrario, come si evince da questo studio. Non è neanche necessario rammentare i limiti del formalismo, definitivamente convalidati dalle dimostrazioni di Gödel degli anni Trenta. I principi del senso comune sono il sostegno delle verità di ogni sistema deduttivo dal di fuori o più esattamente dal di sopra di esso. Sono quanto è personalmente presupposto prima di ogni altro presupposto anonimamente enunciato: una pre-conoscenza non esauritasi nelle sue espansioni linguistiche perché “non razionale”, appartenente a quella forma superiore di sapere di cui non si può non essere convinti, chiamata nouV da Aristotele. Due inconvenienti sono evitati dal testo di Livi. Primo, la banalizzazione dei principi ad opera di un’antica manualistica scolastica troppo debitrice dei procedimenti more geometrico del razionalismo. Nel pensiero aristotelico i principi supremi non erano concepiti come l’ultima premessa maggiore dei sillogismi. Secondo, il rischio della loro riduzione al silenzio wittgensteiniano, poiché dei principi si può e si deve parlare, senza perciò ignorare i limiti del nostro linguaggio. Sarebbe interessante un confronto della filosofia del senso comune con il metodo trascendentale (Maréchal, Lonergan), nel quale si tenta di ricostruire la metafisica accettando in qualche modo, in un contesto non esclusivamente fenomenico, il suggerimento kantiano di partire dalle strutture conoscitive per arrivare alle verità della metafisica. In sintonia con questo lavoro, riteniamo insufficiente tale metodo, in quanto tenta di introdurre una mediazione razionale per afferrare quanto invece è immediato (molto giustamente Livi predilige il termine immediatezza anziché evidenza, in conformità con la tradizione classica). Se la mediazione fosse necessaria per la fondazione dei principi ontologici (primato della ratio sull’intellectus), allora Kant o Husserl potrebbero essere riportati al realismo attraverso una sorta di esigenza trascendentale inerente al pensiero puro. Ma è più semplice, malgrado la sottigliezza della questione, mostrare che in realtà Kant o Husserl presuppongono quanto si rifiutano di riconoscere come immediato. E allora non bisognerebbe parlare di una fondazione dei principi, visto che sono essi a legittimare ogni fondazione. Il pensiero umano non è “puro”, in quanto contiene (”irrazionalmente” direbbe un razionalista) dei principi inderogabili che lo trascendono. Il metodo proposto da Livi per la confutazione dei sistemi razionalistici serve a nostro avviso per il superamento della filosofia trascendentale. Non ci sono tuttavia delle difficoltà per il riconoscimento di un inizio a partire dal pensiero inteso metafisicamente, osserva l’autore (nota 36 di p. 26). Viene così evitata la falsa contrapposizione conoscere-essere: l’essere è manifesto, e il pensiero è manifestante l’essere. Il cespite dell’immanentismo moderno «non è dunque il cogito come tale, bensì il cogito fenomenisticamente ridotto» (ibid.). Non siamo in un realismo materialista che affermi l’essere per deprimere il pensare. Il sistema organico dei giudizi primari del senso comune, sostiene Livi, potrebbe essere denominato anche “struttura originaria dell’esperienza” o “esperienza originaria” (p. 46). L’inclusione di un’esperienza con valore universale è importante se si vuole correggere l’abituale ambientazione razionalista dell’argomento dei primi principi. Le convinzioni del senso comune non sono soltanto delle verità esprimibili in giudizi necessari, quali il principio di non contraddizione o di causalità, ma rimandano altresì ad elementi esistenti in atto, quali la realtà del mondo sempre presente alla coscienza, la presenza dell’io a se stesso e quella delle altre persone. Per il razionalismo queste conoscenze sarebbero “dati empirici e di fatto”, la cui negazione non è contraddittoria. Così essi vengono relegati al novero delle “evidenze sensibili”, di poco conto per la filosofia (ma poi i principi universali si rivelano vuoti e formali). Ignorare che la percezione unitaria del mondo e dell’io è un’esperienza intellettivo-sensitiva è stato il grande errore dei sistemi razionalisti (anziché prendere la conoscenza nella sua unità originaria, si parte dalla separazione astratta tra sensazioni non intelligenti e pensiero puro). La tesi di questo libro sul senso comune è solidale con una teoria della conoscenza unitaria. Si comprende l’importanza del concetto di esperienza ontologica di base. Ma la negazione di tale esperienza, obietterebbe un razionalista, non comporta contraddizione. Livi argomenta invece che, a livello dialettico e pragmatico, la negazione di tale esperienza è profondamente contraddittoria. Il mondo potrebbe non esistere, ma io non posso negarlo senza auto-contraddirmi, poiché la mia esperienza del mondo è inseparabile dal mio pensare. Laddove il razionalista vede una tautologia, il realista metafisico scorge una conoscenza viva e pre-astratta. Un pensiero puro, senza mondo fisico, sarebbe concepibile solo in Cartesio e Husserl. Per loro vale appunto l’argomentazione di senso comune: neanche questi due filosofi sono coerenti e così cadono in una sorta di platonismo. Il “principio di coerenza” di Livi si riferisce a questa corrispondenza vitale, persino inconscia ma anche implicita in ogni operazione conoscitiva, tra il pensiero in atto e la realtà dell’essere. Bisogna determinare il senso in cui il principio di non contraddizione viene usato come metodo della metafisica. La filosofia essenzialista lo impiegava riduttivamente come un principio adatto per pensare alla possibilità universale di un essere non contraddittorio. Tutta la verità dei sensi veniva in questo modo degradata, dal momento che non è contraddittorio pensare il contrario di quanto i sensi attestano, o ritenere che tutti i fenomeni siano il contenuto di un sogno. Di fronte a questa visione cartesiana si poteva riconoscere all’immanentismo il privilegio di essere sostenibile nel suo proprio terreno. La più estrema posizione solipsistica non poteva essere confutata razionalmente: non era contraddittoria. Numerosi argomenti sono stati avanzati contro il fenomenismo “coerente”: necessità di una scelta tra realismo e immanentismo, scelta basata sul senso comune visto in modo psicologico, o assimilabile a una fede soggettiva; oppure scelta compiuta in coerenza con la salute mentale, come suggerisce Wittgenstein (Sulla certezza): chi nega la realtà non dovrebbe andare dal logico ma dallo psichiatra. Queste risposte, pur nella giusta direzione, potrebbero far pensare che la non contraddizione dopo tutto non sarebbe così importante per il realismo. La tesi del “principio di coerenza” ne restituisce la portata, purchè la contraddizione sia riferita non al piano dell’oggettività astratta bensì a quello più profondo della conoscenza completa. Solo così possiamo giudicare incoerente chi finge di credere che tutto sia un sogno provocato da un genio maligno. Quando lo scettico afferma che la verità non esiste, non basta osservare che egli ha già voluto enunciare una verità, o che chi dubita sa di dubitare. Lo scettico più radicale può rinchiudersi sulla posizione prettamente fenomenista di chi non emette alcun giudizio ma si limita a dire “a me sembra”. Ovviamente non c’è contraddizione nello sperimentare una sensazione o un’apparenza. Un relativista molto sofisticato non ha bisogno di giudicare e, se parla, neanche ha pretese di essere capito a pieno titolo. E’ questa la posizione dell’incommensurabilità tra i paradigmi personali, quale viene presentata nella tesi di Quine sull’impossibilità della traduzione radicale. Viene così sancita l’incomunicabilità di fondo tra le culture e tra le persone. Di fronte a questa tesi serve a poco l’argomento della contraddizione formale, visto che la conoscenza stessa è stata dissolta nella prassi. Se manca ogni accordo, non ha senso parlare di contraddizione. Come potrebbe procedere allora una confutazione? Il miglior modo di farlo è sicuramente la linea auspicata dal “principio di coerenza”: tutto quanto un tale filosofo fa, dice o scrive, per esempio quando esprime la tesi dell’incommensurabilità, contraddice di fatto quanto egli pretende, ovvero esiste un’incoerenza tra la sua intenzione normale di convincere altri e la sua pretesa esplicita di convincere di tesi incredibili.   Juan José Sanguineti

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GLI ADERENTI ALL’UNIONE APOSTOLICA “FIDES ET RATIO”

Posted by admin | Posted in Senza categoria | Posted on 30-12-2011

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GLI INTELLETTUALI CATTOLICI

CHE HANNO ADERITO

ALL’UNIONE APOSTOLICA

“FIDES ET RATIO”

 

Sono qui appresso indicati gli aderenti all’Unione Apostolica “Fides et ratio”, con la specifica del tipo di collaborazione. I nomi sono indicati secondo l’ordine di iscrizione.

1. Prof. don Massimilano Del Grosso (docente di Filosofia nell’Istituto Teologico di Benevento): collabora come direttore del SEFT.

2. Prof. François Livi (professore emerito di Letteratura italiana nell?università di Parigi IV -Sorbona): collabora  con le sue pubblicazioni scientifiche presso la casa editrice dell’Unione.

3. Dott. Mario Mesolella (ricercatore nel campo della logica aletica): collabora come segretario generale dell’ISCA.

4. Dott. Francesco Arzillo (magistrato del Tar del Lazio): collabora con le sue pubblicazioni scientifiche presso la casa editrice dell’Unione.

5. Prof.ssa Valentina Pelliccia (docente di Filosofia nell’Università Lateranense): collabora con le sue pubblicazioni scientifiche presso la casa editrice dell’Unione.

6. On. Prof. Francesco Pistoia (già senatore della Repubblica e preside di Liceo): collabora alla promozione delle  pubblicazioni della  casa editrice dell’Unione.

7. Prof. Umberto Galeazzi (professore emerito di Storia della Filosofia nell’Università di Chieti-Pescara): collabora con le sue pubblicazioni scientifiche presso la casa editrice dell’Unione.

8. Dott. Mario Padovano (ricercatore nel campo della storia della filosofia): collabora come redattore del sito Internet del SEFT.

9. Dott. Giovanni Covino (ricercatore nel campo della storia della filosofia): collabora come redattore del sito Internet del SEFT.

10. Prof. Thomas Rego (docente diFilosofia nella Universidad Católica de la Plata – Argentina): collabora con le sue pubblicazioni scientifiche presso la casa editrice dell’Unione.

11. Dott. Giuseppe Brienza (pubblicista): collabora alla promozione delle  pubblicazioni della  casa editrice dell’Unione in Italia.

12.Prof. José Meseguer (docente di Informatica nella University of Illinois – Stati Uniti): collabora alla promozione delle  pubblicazioni della  casa editrice dell’Unione negli Stati Uniti.

13. Dott. Rafael Menéndez Toniolo (direttore del Club de Lectores “Veritas” di Montevideo – Uruguay): collabora alla promozione delle  pubblicazioni della  casa editrice dell’Unione in America Latina.

14. Prof. Sergio D’Ippolito (docente di Filosofia nell’Università della Santa Croce – Roma): collabora all’organizzazione dei convegni filosofici dell’Unione. 

15. Prof. Roberto Di Ceglie (ordinario di Filosofia della religione nell’Univesità Lateranense – Roma): collabora con le sue ricerche scientifiche alle iniziative editoriali dell’Unione.

16. Prof.ssa Flavia Marcacci (docente di Filosofia della scienza nell’Univesità Lateranense – Roma): collabora con le sue ricerche scientifiche alle iniziative editoriali dell’Unione.

17. Prof.ssa Flavia Silli (docene di Storia della Filosofia contemporanea nell’Univesità Lateranense – Roma): collabora con le sue ricerche scientifiche alle inziative editoriali dell’Unione.

18. Prof. Tomás Melendo (ordinario di Metafisica nella Universidad de Málaga – Spagna): collabora con l’Unione con il suo peridico elettronico Metafisica y Persona.

19. Prof.ssa Daniela Silvestri (docente di Filosofia nei Licei – Roma): collabora con l’Unione dirigendo il dipartimento di Didattica dell’ISCA.

20. Prof. José Escandell (docente di Filosofia nella Universidad San Pablo – Madrid -Spagna): collabora con le sue ricerche scientifiche alle inziative editoriali dell’Unione.

21. Dott. Giorgio Paglia (economista – Roma): collabora con l’Unione con consulenze per l’ottimizzazione delle risorse tecnologiche.

22. Prof.ssa Maria Forte (docente di Religione cattolica nei licei – Latina): collabora con le sue ricerche scientifiche alle inziative editoriali dell’Unione.

23. Prof. Enrico Maria Radaelli (docente di Filosofia dell’arte e saggista – Milano): collabora con l’Unione dirigendo il dipartimento di Estetica dell’ISCA.

Comments (1)

Salve Mgr. Antonio. Vorrei poter scriverLa privatamente. In tanto aspetto se gentilmente gradirá inviarmi suo contatto, la RINGRAZIO per tutto l´apostolato della Veritá.
In unione sacerdotale. Auguri pure oggi nella memoria di San Giovanni Crisostomo…Antonio Crisostomo II.

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