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Sintesi delle ricerche filosofiche di A. Livi

  Da quando, nel 1990,  pubblicai la mia Filosofia del senso comune[1], non ho fatto altro che ritornare sui medesimi argomenti, approfondendoli e ricavandone importanti applicazioni. Da approfondire, senza però smentirla, era la tesi che il senso comune, nella sua accezione rigorosamente logica,  fosse l’insieme organico di quelle certezze fattuali che sono sempre e necessariamente alla base di ogni altra possibile certezza, ossia di ogni altra pretesa di verità nei giudizi, sia di esistenza che attributivi, da chiunque siano formulati, indipendentemente dal “dove” e dal “quando”. Si trattava di una tesi “forte” che, proprio per questo, richiedeva innanzitutto la concreta determinazione dell’oggetto di tali certezze (e devo dire che sono stato io il primo e finora l’unico a tentare una così impegnativa determinazione, arrivando a individuare cinque precise certezze, irriducibili l’una all’altra, anche se geneticamente connesse e organicamente strutturate) e poi anche la dimostrazione che proprio queste cinque certezze – tutte e solo queste – sono il presupposto necessario di ogni forma e momento del pensiero.  Nell’ambito di questa trattazione ho accennato, come una delle possibili “applicazioni di logica epistemica” susseguenti alla dimostrazione dell’esistenza del senso comune in questa accezione “forte”, al rapporto, che ritengo intrinseco, tra senso comune e metafisica, sostenendo che la dimensione metafisica della conoscenza è già presente, sia pure implicitamente e senza alcuna forma di consapevolezza riflessa, nell’esperienza originaria del mondo, dell’io e della relazione con gli altri che fonda la moralità e la religione [2]. La mia tesi, presa in scarsa considerazione da quegli studiosi che non hanno avuto il tempo e il modo di comprenderne il preciso significato logico e la fondatezza critica, ha provocato, anche in quelli che invece l’hanno compresa, qualche dissenso e qualche perplessità, come ha ben documentato Roberto Di Ceglie in una  monografia pubblicata due anni or sono in questa stessa collana[3]. Ma i dissensi e le perplessità manifestate da alcuni critici mi hanno indotto, non ad attenuare ma anzi, a portare fino alle conseguenze più estreme (confidando che ciò potesse servire a un chiarimento maggiore e a una giustificazione ulteriore) la mia nozione di “senso comune”, facendone addirittura il fulcro di una nuova o rinnovata disciplina filosofica, la “logica aletica”, che ha tra l’altro la pretesa di ridimensionare l’importanza e la necessità stessa della “logica formale” in ambito propriamente filosofico. Come strumento metodologico proprio della logica aletica ho proposto il procedimento che ho chiamato “presupposizione” e che consiste nell’analisi dei “presupposti” (da non confondersi con le “premesse”) di un asserto che si propone come vero[4]. Sulla base del metodo e degli strumenti della logica aletica – che, ripeto, non è che un’applicazione sistematica della nozione epistemica di “senso comune” – ho potuto mostrare  la necessità (non la mera convenienza né, tanto meno, una possibilità tra le altre) che il discorso filosofico, soprattutto nel suo nucleo teoretico che è la metafisica, riconosca la verità primaria del senso comune e ne faccia pertanto il suo esplicito punto di partenza; per questo stesso motivo, ho denunciato l’intima inconsistenza critica di quei discorsi filosofici  moderni che metodologicamente negano il valore di verità e di fondamento che è proprio del senso comune. Tanto l’indicazione positiva della funzione fondativa del senso comune nel discorso filosofico, quanto la critica dei sistemi che questa funzione fondativa non riconoscono costituiva la dilatazione della nozione epistemica di senso comune fino a farne la condizione necessaria per la giustificazione epistemica di ogni asserto filosofico e quindi il criterio di base per determinare lo statuto epistemologico della filosofia, in particolare per quanto riguarda il suo punto di partenza e il suo metodo specifico. Con questa prospettiva, già nel 1992, con una ricerca storiografica sulla filosofia moderna e contemporanea ho messo in evidenza, analizzando le argomentazioni dei pensatori di orientamento anti-cartesiano (Blaise Pascal, Giambattista Vico e Thomas Reid), come proprio la rivalutazione filosofica dell’esperienza originaria pre-scientifica fosse stata, in un quadro di logica aletica, l’arma dialettica per contrastare tanto il razionalismo quanto lo scetticismo derivanti dalla svolta metodologica operata da Descartes[5]. Sempre in chiave storiografica, nel 1997 analizzavo i tre grandi sistemi di pensiero della modernità (quello di Descartes, quello di Kant e quello di Hegel) per evidenziarne la “incoerenza materiale”, ossia l’impossibilità di essere pensati (non solamente enunciati)  senza riammettere implicitamente (e surrettiziamente) la verità del senso comune che formalmente ed esplicitamente tutti e tre i sistemi negano, e non in modo accidentale, perché tale negazione del senso comune costituisce per ciascuno di essi il suo punto di partenza e il suo metodo; la conclusione era che – a conferma del valore epistemico del senso comune – la filosofia non può essere praticata nell’ambito di un sistema chiuso e auto-referenziale ma solo in riferimento all’esperienza originaria e con l’intento di dare una risposta ai problemi che essa suscita[6]. Sistematizzando queste analisi epistemologiche su base storiografica, ho poi scritto un saggio divulgativo nel quale sostengo che il nucleo essenziale della filosofia è la metafisica, e che la metafisica è intrinsecamente connessa con i dati del senso comune, ragione per cui i sistemi di pensiero che pretendono di “oltrepassare” la metafisica o continuano a praticarla materialmente mentre  la negano formalmente, oppure si riducono a analisi fenomenologiche e sociologiche, a letteratura (buona o cattiva che sia), talvolta a vuota retorica, o, come voleva Richard Rorty, a mera «conversazione tra amici»; insomma, a tante cose possibili ma non a veri e propri sistemi filosofici[7]. Ma l’assunto che il nucleo epistemologico della filosofia sia la metafisica, e che la metafisica sia intrinsecamente connessa con i dati del senso comune non risulta sufficientemente dimostrato nei lavori precedenti, o per il loro carattere divulgativo o perché non ne costituiva l’argomento centrale;  ho dunque inteso riprenderlo come  argomento diretto ed esclusivo dell’opera più recente, una monografia intitolata Senso comune e metafisica[8]. In essa la filosofia del senso comune, rigorizzata fino alle sue ultime conseguenze,  si presenta ancora una volta, inevitabilmente, come una posizione polemica, difficilmente condivisibile da parte di quanti non desiderano mettere più in questione i luoghi comuni della cultura oggi dominante (l’impossibilità di fare metafisica, a meno che non si tratti del «ritorno a Parmenide») e le sue  auctoritates (Nietzsche e Heidegger da una parte, e Hegel e Gentile dall’altra).     [1]   Cfr Antonio Livi, Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede, Edizioni Ares, Milano 1990. [2]     Cfr Antonio Livi, Filosofia del senso comune, cit., pp. 157-182. [3]  Cfr Roberto Di Ceglie, La filosofia del senso comune in Italia. Obiezioni e risposte, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2005. [4]    Cfr Antonio Livi, Verità del pensiero. Fondamenti di logica aletica, Lateran University Press, Città del Vaticano 2002; Idem, La ricerca della verità. Dal senso comune alla dialettica, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 20053; Idem, Senso comune e logica aletica, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 20062.  [5] Cfr Antonio Livi, Il senso comune tra razionalismo e scetticismo (Vico, Reid, Jacobi, Moore), Massimo Editore, Milano 1992. [6]  Cfr Antonio Livi, Il principio di coerenza. Senso comune e logica epistemica, Armando Editore, Roma 1997. [7]  Cfr Antonio Livi, Perché interessa la filosofia e perché se ne studia la storia, Casa Editrice Leonardo da Vinci,  Roma 2006. [8]  Cfr Antonio Livi, Metafisica e senso comune e metafisica. Sullo statuto epistemologico della filosofia prima, Casa Editrice Leonardo da Vinci,  Roma 2007.

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DIALOGHI SU RAGIONE E FEDE

Posted by admin | Posted in RAGIONE E FEDE | Posted on 02-01-2010

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DIALOGHI FILOSOFICI SU RAGIONE E FEDE

 

 

Il dottor Francesco Arzillo, autore del saggio Esperienza giuridica e senso comune (Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2009), mi scrive (06/11/2009):

Caro professore,

 

le seguenti parole dall’ultimo scritto del card. Ruini, che esce come editoriale di Vita e Pensiero, anche se forse interpretabili in bonam partem come riferite all’uomo concreto peccatore, mi hanno causato un po’ di dispiacere:

 

“…è sostanzialmente fallito il tentativo di dimostrare la verità delle premesse del cristianesimo mediante una ragione rigorosamente indipendente dalla fede: la questione di Dio infatti, come quella dell’uomo, riguarda e coinvolge inevitabilmente noi stessi, il senso e la direzione della nostra vita, e pertanto, pur richiedendo tutto il rigore e le capacità critiche della nostra intelligenza, non può essere decisa indipendentemente dalle scelte secondo le quali indirizziamo la nostra esistenza”

 

Rispondo:

Caro dottor Arzillo,

questa frase che Lei riporta, il cardinale Camillo Ruini l’ha ripetuta testualmente molte volte negli ultimi dieci anni. In essa rilevo purtroppo la consueta, deprecabile confusione novecentesca sui rapporti tra ragione e fede; il cardinale parla infatti dell’impossibilità di accettare le proposte fatte in nome di una «ragione rigorosamente indipendente dalla fede», quando tale ragione, che sarebbe o che si vorrebbe presentare come indipendente) non esiste: la ragione in astratto non esiste e quindi non è né dipendente né indipendente da alcunché; esiste la ragione in concreto come facoltà di una persona, e nell’unità della persona (soggetto responsabile) tutte le manifestazioni della vita si unificano.  Come atti della ragione, esistono ragioni in concreto, ossia ragionamenti e conclusioni dei ragionamenti (entia rationis) che – presi ciascuno singolarmente – possono essere dipendenti o non dipendenti da altri ragionamenti o da altre evidenze immediate. Ora, un ragionamento che ha come premessa prima la verità di fede è teologia, mentre un ragionamento che ha come premessa prima l’esperienza comune è filosofia. La filosofia, anche quella di un cristiano, altro non è che un insieme di proposizioni la cui verità dovrà essere dimostrata senza far ricorso ai dogmi della fede. La fede, a sua volta, non può non avere delle premesse, perché il credere alla testimonianza degli Apostoli e ultimamente di Cristo richiede di avere delle certezze previe, sia di tipo empirico che di tipo metafisico. L’analisi logica dell’atto di fede che porta ad affermare l’esistenza di queste premesse è un lavoro assolutamente razionale, che – se compreso – può e deve essere accettato da tutti.

Il fatto poi che io (in concreto) abbia un interesse religioso, apologetico, teologico nel fare questo lavoro filosofico non toglie che sia un lavoro la cui validità aletica (giustificazione epistemica) è indipendente dall’atto di fede che io faccio. Se tutto comincia dalla fede e la fede non comincia da nulla, non c’è ragionevolezza alcuna. Bisogna assicurare la verità razionalmente dimostrabile delle premesse della fede. Solo così – dice anche la Fides et ratio – si può dialogare con chi non ha la fede ma potrebbe aprirsi alla possibilità di ascoltare l’annuncio e magari crederci.

In un’altra comunicazione, il dott. Arzillo, aderendo all’Unione apostolica “Fides et ratio”, scrive:

Occorre allora recuperare verità dimenticate, delle quali dò solo qualche esempio, sapendo bene, con lei, di sfondare una porta aperta: il valore realistico della verità, il valore intellettuale-concettuale della conoscenza di fede, il valore sacrificale, espiativo e soddisfattorio della redenzione, la natura e le conseguenze del peccato originale, la congiunzione della giustizia e della misericordia divine, gli attributi divini dell’impassibilità e dell’immutabilità, la distinzione fra natura e grazia, la predestinazione, l’esistenza di dannati nell’inferno, la possibilità di perdere la grazia col peccato mortale, l’esistenza dei miracoli e delle profezie, il dovere di lavorare per la conversione dei non-cattolici al cattolicesimo.

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