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IL SENSO COMUNE E LA LOGICA ALETICA

Un commento di Flavia Silli (Università Lateranense) al saggio di Antonio Livi: Senso comune e logica aletica, Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2005, pp. 188.   È importante domandarsi perché nel periodo definito post-moderno ci si trova a fare i conti con un “pensiero debole” che sembra sempre più incapace di affermare qualcosa, di costruire un sistema. Questo ultimo volume di Antonio Livi offre un’approfondita analisi delle ragioni di questa crisi e propone una nuova prospettiva filosofica che si configura come “pensiero forte”. La sua costruttività si misura sulla chiarezza argomentativa e sul rigore con cui viene radicata nella tradizione speculativa occidentale la filosofia del senso comune. Nel primo capitolo, ad esempio, l’autore  ripercorre la storia del senso comune esaminandone le diverse accezioni. Il carattere affermativo (mai dogmatico) dell’opera si coniuga con una costante disponibilità al confronto, in particolare con alcuni orientamenti di pensiero più recenti, come l’ermeneutica e la filosofia analitica. Ma cosa s’intende qui per senso comune? Non bisogna pensare al significato che questo termine assume nel linguaggio ordinario: buon senso o modo di ragionare spontaneo di tutti gli uomini. Senso comune in filosofia ha valore epistemico: è “l’insieme – come spiega l’autore – di quelle certezze primarie ed empiriche, assolutamente indubitabili e presenti nella coscienza di tutti che è il criterio di base della verità di ogni giudizio”. Un discorso coraggioso e impopolare, quello sulla verità logica, che corre come un filo rosso lungo tutta l’opera, a fondamento di un percorso conoscitivo che ha a cuore l’ordine e la “criteriologia” per discernere. Questo itinerario – come suggerisce la seconda parola del titolo – è proprio la logica aletica, che si configura come ricerca filosofica sulla verità del pensiero. Diversamente dalla logica formale, essa non si occupa di analizzare tecnicamente il modo di formulare giudizi, ma rintraccia le condizioni di possibilità per la formulazione degli stessi, perchè è nel giudizio che “abita” la verità. Ecco dunque svelato il nesso che lega il senso comune alla logica aletica: il primo, in quanto complesso organico di certezze empiriche primarie che fondano la verità di ogni discorso, si configura come presupposto del pensiero, che può essere solo riconosciuto fenomenologicamente e non deduttivamente. La logica aletica a sua volta, si identifica con la filosofia del senso comune che, in quanto sapere dimostrativo, non pone ma riconosce la verità. La riflessione filosofica quindi, “lavora” su un materiale già dato, su qualcosa che le è anteriore non solo dal punto di vista temporale, ma anche da quello ontologico. Già Aristotele aveva parlato di “primi principi” o di un punto di partenza della filosofia, e lo aveva individuato nell’esperienza. Le certezze empiriche del senso comune, colte intuitivamente, in modo immediato sono i cinque giudizi del senso comune o giudizi di esistenza. Sarebbe quantomeno “ozioso” dimostrare che c’è un mondo di cose in movimento (primum cognitum) e che ci sono io che le apprendo. Eppure c’è chi nella modernità li ha “epochizzati” o addirittura messi in dubbio: «Prima che Descartes, con il suo volo dubitare de omnibus – ricorda Antonio Livi – negasse esplicitamente e programmaticamente che l’esistenza delle cose fosse una verità incontrovertibile, nessun filosofo aveva avvertito la necessità di dimostrare che esiste un mondo di cose» (p.  ). È stato proprio il dubbio iperbolico di Cartesio ad aprire la breccia alla deriva immanentistica e soggettivistica del pensiero moderno, con ripercussioni evidenti sul fondamento aletico del sapere. Non esiste alcuna conoscenza mediata senza una conoscenza immediata (senso comune). Risale al razionalista francese l’assolutizzazione di quella che la filosofia classica considerava una “conoscenza mediata”: la svolta cartesiana consiste proprio nell’identificazione del presupposto immediato con il cogito. Coraggiosa, nel saggio, anche la proposta di riabilitare il realismo gnoseologico in base all’evidenza che la “filosofia del mondo” non esclude la dimensione della soggettività e dell’interiorità, ma le riconosce semmai correlate alla pluralità degli enti. La filosofia egemone, che da secoli è quella immanentista (filosofia del pensiero), privilegiando il concetto rispetto alle cose, non solo ha squalificato il giudizio di esistenza, ma ha compromesso gravemente il rapporto tra il pensiero e qualcosa di altro da sé o di anteriore a sé. Senso comune e logica aletica: due termini che si richiamano tra loro e che richiamano anche il significato originario della parola φιλο-σοφία: amore per la conoscenza, un’inclinazione che non può non presupporre l’esistenza di qualcosa da conoscere. Il riconoscimento che all’attività conoscitiva preesiste ciò che si può conoscere, è suggerito dall’identità originaria della filosofia. Per questa ragione fondare la ricerca speculativa sul senso comune non va considerato come un approccio “ingenuo” al problema della conoscenza ma come la premessa indispensabile per filo-sofare. L’autore sottolinea come gli stessi promotori dell’ermeneutica abbiano approfondito il tema dell’ “inizio”, che tocca da vicino tutti coloro che vogliono intraprendere un percorso filosofico.     Nel saggio non viene negata la problematizzazione globale dell’esperienza umana, ma si contesta la problematizzazione del punto di partenza, della verità iniziale (che è il senso comune). La “nevrosi” della post-modernità consiste proprio nella negazione di un sapere fondazionale e, paradossalmente, nel depotenziamento di quella stessa razionalità che era stata assolutizzata dal trascendentalismo moderno. Interessante, nel secondo capitolo, l’affermazione che non solo la conoscenza è all’origine del linguaggio ma che esso, pur essendo “costitutivo della natura umana”, di per sé non è necessario perché il pensiero si dia. Evidente contrapposizione a Gianni Vattimo e al rapporto che il filosofo torinese istituisce tra i due termini: per lui l’uomo si apre al mondo tramite il linguaggio che parla, da cui deriva il pensiero. In ultima analisi per Vattimo è il linguaggio a determinare la visione del mondo e l’accesso categoriale alla realtà. La messa a fuoco di questa estrema propaggine dell’immanentismo moderno, rappresentata dal dissolvimento di una verità certa, pilastro del conoscere, consente di far risaltare ancora una volta la costruttività della filosofia del senso comune. Numerose le prospettive aperte da questo saggio in relazione al dibattito filosofico attuale. Di particolare rilevanza, l’obiezione scientificamente argomentata, all’intellettualismo che pervade gli “idolatri del pensiero”: chi non riconosce un presupposto di natura pre-filosofica a fondamento dell’attività speculativa e delle scienze, inclina quasi sempre verso l’assolutizzazione del potere veritativo della filosofia. Quest’ultima per i realisti, assertori del senso comune, svolge una funzione epistemica di primaria importanza ma non coincide mai con la verità. L’anteriorità ontologica delle cose sull’attività conoscitiva lascia spazio al mistero naturale insito nella pluralità innumerabile degli enti e spiega il limite che caratterizza la capacità di comprensione dell’essere umano. Riflessione, questa, che getta una luce anche sul progressivo allontanamento della filo-sofia dai problemi reali dell’uomo contemporaneo e sul suo chiudersi in un esercizio virtuosistico dell’intelletto, inaccessibile “ai più”. La filosofia del senso comune consente di universalizzare la conoscenza al di là della diversificazione culturale.  L’insieme delle certezze primarie ed empiriche sono vere per tutti gli uomini, in ogni luogo e in ogni tempo :“L’esistenza del male nel mondo – spiega l’autore a titolo esemplificativo – non è una posizione filosofica, è una certezza del senso comune, un dato immediato della coscienza di tutti, che poi la filosofia ha il compito di interpretare”.   Molto interessante, nell’ultimo capitolo, l’affermazione di una “metafisicità” strutturale alla conoscenza: il pensiero dell’uomo è metafisico fin dall’inizio, in ogni contesto culturale. La filosofia stessa muove i primi passi, nel VI secolo a.C, alla ricerca dei principi che danno ragione dell’esserci delle cose. Di contro a chi sostiene che il pensiero si trova alla fine della sua avventura metafisica, in questo saggio viene ribadita l’insopprimibile tendenza dell’intelletto umano a conoscere la ragione più profonda e radicale di ciò che appare nell’esperienza.  Nemmeno la scienza può eludere il problema fondazionale: può scegliere di non interessarserne ma esso resta sullo sfondo delle sue indagini, come aporìa. Dall’evidenza di una vocazione metafisica della filosofia come ricerca dei fondamenti discende la dimostrazione del carattere “religioso” che ha da sempre pervaso il cammino del pensiero. «Il radicamento della nozione filosofica di Dio nel senso comune – sottolinea Antonio Livi – spiega anche un altro importante dato della fenomenologia storica, ossia la continuità (relativa, ma pur sempre reale) tra teologia naturale pre-cristiana e teologia naturale cristiana» (p.  ).                                                                                  Flavia Silli

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APPLICAZIONI TEOLOGICHE DELLA LOGICA ALETICA

Posted by admin | Posted in APPLICAZIONI DI LOGICA ALETICA | Posted on 31-12-2009

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COME INTERPRETARE

 ALLA LUCE DELLA LOGICA ALETICA

GLI INSEGNAMENTI DELL’ENCICLICA FIDES ET RATIO

SUI RAPPORTI TRA RAGIONE NATURALE E FEDE CRISTIANA 

 

 

 

con Benedetto XVI 

Nella foto: il decano della facoltà di Filosofia dell’Università Lateranense, Antonio Livi, illustra al papa Benedetto XVI nel 2008 le iniziative accademiche promosse dalla sua facoltà alla luce degli insegnamenti dell’enciclica di Giovanni Paolo II, Fides et ratio, della quale ricorreva il decennale (1998).

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LA METAFISICA DELLA CREAZIONE, PREMESSA RAZIONALE DELLA FEDE E DELLA MORALE CRISTIANA

 

INTERVISTA DELLA RADIO VATICANA AD ANTONIO LIVI

SUL SIGNIFICATO RELIGIOSO, CULTURALE E POLITICO

DEL CROCIFISSO NELLE AULE SCOLASTICHE

11/11/2009 14.54.42



Convegno alla Lateranense sulla persona umana davanti al Crocifisso

“La persona umana di fronte al Crocifisso”: su questo tema la Pontificia Università Lateranense ha organizzato ieri una giornata di studio alla presenza di docenti di antropologia, storia delle religioni, teologici e medici. In discussione anche la recente sentenza della Corte di Strasburgo sulla presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche. Ma come questo simbolo interroga l’uomo contemporaneo? Gabriella Ceraso lo ha chiesto a mons. Antonion Livi, già decano alla facoltà di Filosofia della Lateranense:
 
 
R. – La parola e il simbolo materiale del Crocifisso indicano una verità del Vangelo ed ossia che Dio ci ha amati sino a dare suo Figlio, che si è offerto per noi. Per cui è il messaggio dell’amore gratuito, libero ed infinito. Questo messaggio all’uomo di oggi serve per ricordargli che per sapere chi è deve usare la ragione che gli dice che lui è persona libera, responsabile e membro della comunità umana. Ma questo non basta, perché deve anche accettare la rivelazione che con Cristo l’uomo è anzitutto creatura, Figlio del Padre Eterno e poi è proprio per questo fratello.
 
 
D. – E’ un simbolo universale?
 
 
R. – Certo che è universale! perché questa verità sull’uomo non è un mistero rivelato che qualcuno può credere o non credere. E’ una realtà ontologica: l’uomo scopre in se stesso di essere figlio, perché la creazione da parte di Dio non è una invenzione del cristianesimo, ma era già prefigurata in qualche modo nella filosofia pagana. La filosofia cristiana l’ha addirittura dimostrata in maniera razionale: l’uomo non esisterebbe se non ci fosse Chi dà l’essere.
 
 
D. – Come guardare alle recenti polemiche dopo la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo…
 
 
R. – Un Paese che è democraticamente cattolico al 90 per cento e che ha nella sua Costituzione i Patti Lateranensi, ha tutto il diritto di esporre il Crocifisso, proprio perché fa parte delle libere scelte democratiche della nostra patria.
 
 
D. – Il confronto con il Crocifisso può fornire un modello per la crescita dell’uomo?
 
 
R. – Certo, perché i diritti dell’uomo sono stati portati nella civiltà mondiale proprio dal cristianesimo. Prima del cristianesimo non c’era nemmeno l’idea dell’uguaglianza assoluta degli uomini in base alla loro dignità umana, non c’era tutela di nulla, c’era la prepotenza di gruppo, di setta, di potere. E’ stato proprio il cristianesimo che ha detto: “non ci sono né greci né barbari; né uomo né donna; né ebreo né gentile: sono tutti una sola persona in Gesù Cristo”. D’altra parte il cristianesimo tanto ha rispettato il diritto dell’uomo e la libertà da creare per la prima volta nella storia del mondo la laicità. Ricordare tutte queste cose in sintesi con il Crocifisso non è offesa per nessuno, ma è un messaggio positivo per tutti.

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=333510

Comments (1)

ho comperato tutto di antonio livi perchè a Urio ad una convivenza dell’Opus Dei tenuta da certo don Ugo dell’Opera duve acquistai, anche, il suo “filosofia del senso comune”: ma, causa una scorretta infarinatura al Liceo Gonzaga di Milano, trovai la strada di questa materia perennemente bloccata. Tra l’altro, ecco perchè le scrivo, mai ho trovato da comprendere il significato di “logica aletica”. Mi può aiutare, lei che ne è l’inventore? Lieto d’avere trovato come colloquiare coon lei, essendo anche ub informatico da strapazzo. Grazie. 20180116.

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