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IL PENSIERO DI ANTONIO LIVI IN SINTESI

Livi, la metafisica e il senso comune    di Pier Paolo Ottonello, ordinario di Filosofia nell’Università di Genova     La produzione filosofica che Antonio Livi ha dato alla luce in quest’ultimo quarantennio è considerevole sia per la coerenza del percorso, sia per il costante nitore del dettato, non di rado intenzionalmente didattico, nonché per l’altrettanto intenzionale monotematicità di fondo, che traduce la sua persuasione, sempre più profondamente radicata, della costruttività e fecondità della sua elaborazione teoretica. Già da un primo approccio al complesso delle sue opere traspare con evidenza la fondamentale genesi e intenzionalità apologetica della sua attività intellettuale: che non solo non ne vela né diminuisce, ma piuttosto il contrario, il rigore e la consequenzialità teoretica. Il suo intento essenziale ne emerge nella chiave dell’articolazione di una metafisica cristiana profondamente intessuta con le principali movenze della cultura filosofica contemporanea. Da qui, fin dall’inizio del suo percorso, il fitto dialogo con posizioni di primo piano nel Novecento, quali quelle di Gilson, Blondel, Sciacca: dialogo che dà corpo al volume Il cristianesimo nella filosofia (L’Aquila 1969), quasi primo di un’ideale trilogia che si completa nei ravvicinati volumi E. Gilson: filosofia cristiana e idea del limite critico (Pamplona 1970) e Il problema della filosofia cristiana: Blondel, Bréhier, Gilson, Maritain (Bologna 1974). Nei quali è soprattutto il Gilson tanto agostinista quanto tomista di L’être et l’essence (1948) e dei maturi Elements of Christian Philosophy (1960) a indicargli in Tommaso quella connessione tra senso comune e metafisica che ha costituito il nucleo forte dell’intera sua produzione successiva, storiograficamente corroborata, a un trentennio dai suoi esordi, dal Tommaso d’Aquino: il futuro del pensiero cristiano (Milano 1997), che considero una delle pochissime opere fondamentali su Tommaso della seconda metà del Novecento, accanto a quelle – oltre a Gilson – di Pieper, Fabro e Sciacca. Tale versante storiografico costituisce una robusta premessa all’intera sua produzione successiva, che riprende, intensa, dopo un quindicennio polarizzato da altre cospicue attività, e la cui chiave spiccatamente teoretica è già configurata in modo intero nella Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede (Milano 1990), opera seguita dal significativo corollario storiografico costituito dal volume Il senso comune tra razionalismo e scetticismo: Vico, Reid, Jacobi, Moore (Milano 1992). Nel decennio più recente Livi intensifica le chiarificazioni e le determinazioni delle conseguenze più rilevanti del nucleo della sua proposta teoretica, organandole in particolare in due opere fondamentali: Verità del pensiero: fondamenti di logica aletica (Città del Vaticano 2002) e Metafisica e senso comune. Sullo statuto epistemologico della filosofia prima (Roma 2007); mentre esplicita i rilievi critici nei confronti di soggettivismo, criticismo e idealismo, viziati di akrasia per irrazionale autoreferenzialità immanentistica, ne Il principio di coerenza (Roma 1997); ed evidenzia ulteriormente la chiave apologetica in Razionalità della fede nella Rivelazione. Un’analisi filosofica alla luce della logica aletica (Roma 2002, 20053)[1] e una pressante preoccupazione didattico‑propedeutica e riepilogativa ne La ricerca della verità. Dal senso comune alla dialettica (Roma 2001, 20053) e in Perché interessa la filosofia e per ché se ne studia la storia (Roma 2006)[2].     1. La metafisica nel senso comune «Insopprimibile è la tendenza a voler “interpretare”, con una mediazione logica, ciò che è di per sé immediatamente evidente, ma non dice tutta la verità di sé»; «la proprietà logica dell’esperienza» costituisce «il fondamento sempre attuale e sempre attivo della razionalità metafisica, che si basa sulla conoscenza immediata»[3]: due tesi che potrebbero assumersi quasi ad esergo della proposta teoretica che Livi sintetizza e organa con particolare efficacia specie nelle due opere che ho indicato come fondamentali. Assumo il recente volume di Di Ceglie su La filosofia del senso comune in Italia. Obiezioni e risposte (Roma 2005), imperniato sull’opera di Livi, come occasione per schematizzarne alcuni degli elementi di quello che ne considero il nucleo teoretico, nonché, dove lo ritenga opportuno, per accennare a qualche chiosa. E già ne affaccio una prima, in relazione ad uno degli snodi evidenziati in Verità del pensiero. Là dove Livi ribadisce l’«immediatezza» dell’esperienza, sostanziata dalla realtà concreta del “senso comune”, come premessa e fondamento della metafisica, ossia della determinazione dell’organismo formale-esplicitante, per mediazione razionale, dei contenuti dell’«evidenza immediata» dell’esperienza stessa: dopo avere precisato che l’esperienza è una nozione assoluta che «non va ridotta alla dimensione sensistica», in quanto il primum cognitum con funzione di fondamento aletico, include «dimensioni metafisiche degli enti percepiti», quali esistenza, sostanza, essenza, relazioni; ed è «conoscenza immediata e indubitabile», evidente e certa[4]. Al tempo stesso, è noto – ma lo documenterò – che il “pentalogo” delle «certezze empiriche» formulato da Livi come il caposaldo sintetico della sua teoresi, vede in prima e primaziale posizione la certezza per evidenza immediata del mondo come molteplicità e movimento degli enti, e in seconda posizione la certezza relativa al soggetto come l’io che conosce il mondo. Peraltro in Verità del pensiero sostiene che «nel “primum cognitum” l’io ancora non c’è», in quanto l’evidenza dell’io è «mediata» da «un’operazione intellettiva che mi fa dire: le cose che conosco non sono io, e io non sono le cose che conosco. Si tratta dell’esperienza primaria della negazione, che segue l’esperienza primaria dell’affermazione»[5]. Il primum cognitum consiste in «una apprensione sintetica secondo l’atto di essere delle cose», una apprehensio entis come «apprensione del plesso metafisico ens/esse», in forza di «una convergenza dei dati sensibili», nella «percezione sensoriale», e «dell’intuizione intellettiva in un unico oggetto», «convergenza che si realizza grazie all’unità sostanziale del soggetto»[6], dato che l’esperienza «è sempre soggettiva»[7]. Ma se nel primum cognitum «l’io ancora non c’è»? o dobbiamo distinguere fra io e «unità sostanziale del soggetto»?     2. Confronto con la metafisica rosminiana È indubitabilmente verace il giudizio che, sia pure in modo incidentale, Livi sintetizza a proposito di Sciacca, asserendo che nella sua “filosofia dell’integralità” abbiamo «una giustificazione del senso comune [...] esplicita e coerente»[8]; ma è noto che Sciacca concepisce l’atto concreto di esperienza come relazione sintetica indissolubile di soggetto e di oggetto, relazione che, come esigenza di una sintesi definitiva, rimanda alla causa e principio ultimo che trascende l’esperienza stessa[9]. E l’atto concreto di esperienza non è certo senza l’intelligenza, anzi è sostanzialmente come intelligenza prima: secondo Rosmini assunto teoreticamente da Sciacca:   «L’intelligenza non è altro, che l’intuizione dell’essere, l’unione dell’oggetto a soggetto, nella quale quello rimane necessariamente distinto da questo [...] l’essere [...] è la forma di ogni intelligenza, la prima cognizione»[10]: «la prima cognizione [...] a noi naturale precede qualunque giudizio [...] e forma la nostra facoltà di conoscere: l’oggetto di tale intuizione è l’essere ideale»[11].   In altri termini, e per compiere l’intendimento della chiosa, il “pentalogo” che Livi configura come costitutivo del “senso comune” è in realtà un plesso di relazioni primarie, sintetizzabili nei termini della relazione di finito e infinito come la relazione di alterità che tutte le altre contiene e il cui dispiegamento costituisce il discorso metafisico: più precisamente, la primazia fondante l’«evidenza immediata» dell’esperienza è necessariamente quella dell’essere, che è ciò che è il comune costitutivo di ogni relazione, a cominciare da quella fra l’essere delle cose e l’essere dell’io percipiente le cose, sino alla relazione fra essere qua talis ed essere determinato nella percezione e dunque fra essere determinato ed essere indeterminato, fra essere ideale ed essere reale, e infine sino alla relazione essere finito-essere assoluto. L’esperienza come l’ambito delle assolute certezze immediate costituenti il senso comune è dunque configurabile rigorosamente attraverso le determinazioni rosminiane, a partire da quella relativa all’immediato, che «altro non significa che una relazione con ciò che in ordine alla scienza è mediato; e però suppone che vi sia il soggetto di questa relazione»[12]. E il soggetto altro non può essere che l’io come intelligenza percipiente: «la percezione intellettuale è quella che fa il nostro spirito di una cosa sentita, quando la vede contenersi nella nozione universale di esistenza», la quale «non indica che una idea», ossia la percezione «è l’atto con cui la mente apprende come oggetto un reale (un sensibile), ossia lo apprende nell’idea. La sensazione dunque è soggettiva, la percezione sensitiva è estra-soggettiva, l’idea è oggetto, la percezione intellettiva è oggettiva»[13]. A trascegliere poi passi specificamente attinenti, sia del Nuovo saggio che della Teosofia di Rosmini, potrebbe apparire che Livi quasi ne derivi fondamentali determinazioni riguardo all’evidenza immediata dell’esperienza e dei principi primi; a cominciare dall’approccio al tema così sintetizzato all’inizio della Teosofia:   «La Filosofia non comincia col raziocinio, ma colla riflessione osservatrice, e però con un conoscere immediato, senza supposizioni di sorta [...] da un punto luminoso, che ha l’evidenza della necessità, riconosciuto bensì dall’uomo dalla riflessione, ma dalla riflessione osservatrice, e non punto argomentatrice [...] ogni osservazione anche riflessa è un conoscere diretto ed immediato»[14]; e poco oltre: «Ogni umano sapere dipende da due elementi primitivi e immediati che sono l’essere ideale intuito per natura dall’umana intelligenza, e il sentimento», che «non è noto per se stesso, ma per l’atto della percezione, la quale non ammette errore»[15]; il che integra la determinazione dell’evidenza formulata nel Nuovo saggio: «L’evidenza nasce dall’universalità e necessità dell’idea dell’essere, ove sono i primi principi radicati [...] come secondo la suprema regola logica, la mente dee formare tutti i suoi giudizi»[16].   Tale ampia esemplificazione di passi rosminiani relativi a problemi cardinali formulati da Livi ha la sua più profonda ragion d’essere non tanto in una personale formazione filosofica, bensì in relazione a fondamentali giudizi di consenso che sintetizza nei confronti di Rosmini, e non direi prevalentemente a titolo di “antecedente” nella centralizzazione del senso comune[17], accanto ad autori quali Malebranche, Vico, Reid, Jacobi, Newman[18]. Il fondamentale tomismo “di razza” di Livi nell’impostazione e soluzione dei problemi costitutivi della metafisica, insieme con inevitabili differenze di modulazione[19], si conferma quanto meno come non affatto dissenziente, infine, dal giudizio che Sciacca formula su Rosmini come «il primo grande pensatore che [...] ha rinnovato il tomismo [...] e perciò il primo “neoscolastico” nel significato più forte del termine»[20]: sostanzialmente in tale direzione leggo il Tommaso di Livi come «il futuro del pensiero cristiano».     3. Le certezze del senso comune L’opera che considero la più importante della produzione di Livi è senza dubbio Senso comune e logica aletica, in quanto caratterizzata dalla più notevole ed efficace sinteticità, compiutezza, ampiezza e determinazione del raggio delle conseguenze dell’organismo teoretico che vi propone, nel delineare la funzione fondativa e critica del senso comune. Nella chiave prevalente della delineazione dell’accezione epistemica del senso comune, Livi riformula anzitutto i termini della struttura portante della sua proposta teoretica, attribuendo all’insieme sistematico e organico delle «certezze primarie, fondate sull’esperienza originaria di tutti» la portata fondamentale del costituire il «criterio di base della verità di ogni giudizio»; quindi formulando con stagliata nettezza le cinque «prime certezze empiriche, assolutamente indubitabili e presenti nella coscienza di tutti», così riassumibili: 1. molteplicità e movimento degli enti (mondo); 2. io, che conosco il mondo (soggetto); 3. analogia fra i soggetti (intersoggettività); 4. libertà e moralità costitutive dell’intersoggettività (amore e responsabilità); 5. Intelligenza creatrice e ordinatrice come origine prima e fine ultimo dell’intera realtà[21]. Tali certezze costituiscono l’implicito che è necessario esplicitare, progredendo dal fenomeno al fondamento, dall’intellectus originario all’intellectus nella pienezza del suo dispiegamento tramite la ratio. In questi termini essenziali Livi delinea la relazione necessaria fra la «razionalità problematica» dell’esperienza e la sua interpretazione razionale finalizzata alla sua piena intelligibilità, che si struttura come metafisica, secondo la sua intrinseca teleologicità, nell’atto in cui si problematizza e si rende intelligibile l’interezza dell’esperienza. In tale direzione, i principi primi speculativi, quali anzitutto quelli di non contraddizione e di causalità, che costituiscono «quella conoscenza pre-scientifica che è il senso comune», fondano le verità predicative mediante le quali formulare in modo esaustivo i principi primi nell’ordine metafisico, morale e religioso, strutturando una vera e propria «gerarchia delle verità»[22]. Livi intende dunque il senso comune come «quel complesso organico di certezze empiriche primarie che fondano la verità di ogni discorso, e [...] sono il fondamento aletico del pensiero, sia quando si tratta di “conoscenza ordinaria” sia quando si tratta di “scienza” [...] e di “fede”»: «la logica aletica esige che la verità di una proposizione [...] sia garantita da una fondazione o giustificazione logica non relativa o settoriale ma assoluta e globale»[23]. Un orizzonte totale è dunque costitutivo della metafisica, in quanto è suo imprescindibile impegno intelligere razionalmente nel modo più inclusivo l’essenza e il significato degli enti finiti, della soggettività e dell’intersoggettività, della pluralità e della gerarchia delle verità, nonché della realtà di Dio, per nei limiti costitutivi della persona[24].     4. Il riconoscimento critico del senso comune Livi dimostra piena consapevolezza della necessità di un «equilibrio difficile» per poter pervenire alla strutturazione e determinazione di «una filosofia capace di riconoscere nel senso comune il suo presupposto aletico»[25]. Ed è difficoltà che non giudica connessa con la natura medesima delle evidenze proprie del senso comune, che a più riprese caratterizza come «empiriche» ed «esistenziali»[26]. La chiave delle difficoltà di tale ordine è radicata nella libertà costitutiva della persona. Infatti l’ordine delle certezze assolute e universali proprie del senso comune non è per se stesso necessariamente generatore dell’organismo onninclusivo e teoreticamente esaustivo della metafisica: l’orientarsi a riconoscerlo e a formularlo con rigore e coerenza razionale dipende in modo essenziale da una «scelta iniziale» di un criterio fondamentale di verità. In forza della necessità di tale scelta si dà infatti un ordine di «varianti negative» oppure di «varianti positive» dell’accezione epistemica del senso comune[27]. Si radicano in quest’ambito le delucidazioni, che Livi è giustamente preoccupato di intessere con ampiezza argomentativa, riguardo a dubbi, svalorizzazioni, marginazioni e falsificazioni della connessione fondamentale e fondante fra le verità del senso comune e la necessità di pervenire alle verità costitutive della metafisica a raggio intero. Perciò ravvisa la necessità – radicalmente in ordine all’istanza apologetica che costituisce la base stessa della sua tanto impegnata operosità – di erigere sempre di nuovo, quasi in controcanto rispetto al suo incessante confermare e integrare la propria proposta teoretica, una serie sempre più ampia di argomentazioni critiche, nette e incisive, nei confronti, alla fin fine, della stragrande maggioranza delle posizioni filosofiche – o così dette – della modernità e della contemporaneità, senza dubbio oggi dominanti e pressoché incontrastate. Sicché la «denuncia dell’infondatezza dello scientismo, del razionalismo metafisico e del fideismo» elevata in apertura di Senso comune e logica aletica[28], in Metafisica e senso comune amplia il raggio delle sue coerenti conseguenze imponendogli, già in apertura, di sottolineare nel modo più forte e inequivocabile la tesi della «metafisica come essenza della filosofia», ben consapevole che essa si contrappone «radicalmente a molti luoghi comuni della cultura filosofica oggi dominante»[29], e che perciò pochissimi «sono i filosofi che – scrive – con me riconoscono importante e necessario il fondamento epistemico del senso comune» e sono la stragrande maggioranza coloro che «propongono dei sistemi di pensiero in programmata contraddizione con il senso comune [...] squalificato in quanto doxa, ossia “pensiero ingenuo”»: il che, ad avviso di Livi, può essere fondato solo su «argomentazioni retoriche» costruite per partito preso[30]. E siccome il “fronte” di costoro è tanto esteso ed è comprensivo di autori tanto “autorevoli” come Cartesio, Spinoza, Hume, Kant, Hegel, Husserl, Gentile, Habermas, Gadamer… fino al Severino, Livi considera responsabilità da non aggirare, specie da Metafisica e senso comune, che per quasi un terzo dedica a «confronti critici»[31], dopo avere sacrosantamente inalberato la perenne sentenza platonica secondo la quale è filosofo soltanto chi è «capace di vedere l’intero». E se all’inizio di quest’opera, quasi ad esergo, sottolinea di non aver «fatto altro che ritornare sui medesimi argomenti, approfondendoli e ricavandone importanti applicazioni» – che è stilema della sua produzione tutta, non senza effetti di incremento d’efficacia delle tesi fondamentali e fondanti che la sostanziano –, all’inizio dell’opera intenzionalmente propedeutica e riepilogativa, quale è Perché interessa la filosofia e perché se ne studia la storia, ritiene necessario ribadire che lo scopo della sua «insistente riproposizione» è persuadere che è «qualcosa di sostanzialmente diverso dalla filosofia» contraddire il senso comune, non riconoscendone il valore fondativo[32]; ossia che «tutto ha senso solo se si intuisce il nesso razionale che unisce [...] il creato al Creatore [...] che il negativo del limite intrinseco al mondo e all’uomo è trasceso dalla presenza in tutte le cose di Dio che, in quanto primo Principio e ultimo Fine di tutto, opera dappertutto come Provvidenza»: e che «il mondo e la legge morale sono fatti evidentissimi: ma allo stesso tempo appaiono come realtà che sarebbero assurde, incomprensibili, se non le si ricollegasse a un fondamento e a un’origine, se non se ne trovasse la ragione ultima»[33].                               [1] Nonché in Logica della testimonianza. Quando credere è razionale, Lateran University Press, Città del Vaticano 2007 (in collaborazione con Flavia Silli). [2] Del più grande rilievo storico-critico anche in questa chiave la sua poderosa opera in quattro tomi di complessive oltre duemila pagine, La filosofia e la sua storia, Società Editrice Dante Alighieri, Roma 1996-97. [3] Antonio Livi, Metafisica, in Giuseppe Tanzella-Nitti e Alberto Strumia (edd.), Dizionario interdisciplinare di scienza e fede, Città Nuova, Roma 2002, vol. I, pp. 939‑957, qui pp. 949-950. [4] Antonio Livi, Verità del pensiero. Fondamenti di logica aletica, Lateran University Press, Città del Vaticano 2002, pp. 53-54. [5] Ivi, p. 78. [6] Ivi, p. 65. [7] Ivi, p. 58. [8] Antonio Livi, La filosofia e la sua storia, vol. III, tomo2: Il Novecento, cit., p. 815. [9] Cfr. Alberto Caturelli, M. F. Sciacca. Metafisica dell’integralità, Edizioni Ares, Milano 2008, pp. 59‑62. [10] Antonio Rosmini, Psicologia, voll. 9-10 dell’ed. naz. crit., in 4 tomi, ed. V. Sala, Città Nuova, Roma 1998-99, vol. I, n. 13, pp. 35-36. [11] Idem, Nuovo saggio sull’origine delle idee, voll. 3-5 dell’ed. naz. crit., ed. G. Messina, Città Nuova, Roma 2003-2005, vol. II, n. 552, p. 128. [12] Idem, Saggio storico critico sulle categorie, vol. 19 dell’ed. naz. crit., ed. P. P. Ottonello, Città Nuova, Roma 1997, p. 258. [13] Antonio Rosmini, Nuovo saggio ecc., cit., vol. I, n. 339, pp. 423-424; vol. II, n. 417, p. 31. [14] Idem, Teosofia, voll. 12‑17 dell’ed. naz. crit., a cura di M. A. Raschini e P. P. Ottonello, Città Nuova, Roma 1998-2002, vol. I, n. 25, p. 58. [15] Ivi, n. 74, pp. 106-107. [16] Antonio Rosmini, Nuovo saggio, cit., vol. III, n. 1339, p. 228. [17] Cfr. il mio articolo, “Il “senso comune” in Rosmini”, in Aquinas, 51 (2008), pp. 123-145. [18] Per Antonio Livi, «l’opera di Rosmini si può considerare una sintesi organica che non solo accoglie le istanze del pensiero classico, medioevale, moderno e del suo tempo [...] ma costituisce altresì il tentativo [...] di una nuova enciclopedia, ossia di un sapere unitario in cui l’uomo possa contemplarsi come relazione necessaria e cosciente tra il finito e l’Infinito» (La filosofia e la sua storia, vol. III, tomo 1: L’Ottocento, cit., p. 261). [19] Quali emergono ad esempio nel suo importante articolo in occasione della Nota pontificia del 1° luglio 2001, definitivamente ‘liberatoria’ nei confronti di Rosmini, ora proclamato beato: Antonio Livi, “La ‘teosofia’ rosminiana: il suo fascino e la sua ambiguità”, in L’Osservatore Romano, 12 luglio 2001, pp. 7-8. [20] Michele Federico Sciacca, La filosofia, oggi, Marzorati Editore, Milano 19705 (voll. 7-8 delle Opere complete, vol. I), p. 330. Tesi argomentata e documentata in modo determinante nel volume di Francesco Percivale, Da Tommaso a Rosmini, Ed. Marsilio, Venezia 2003. [21] Antonio Livi, Senso comune e logica aletica, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2005, p. 19. [22] Ivi, pp. 23, 27, 38-42. [23] Ivi, p. 60. [24] Cfr. in particolare ivi, pp. 104-110. [25] Ivi, p. 88. [26] Cfr. ad esempio ivi, pp. 25, 27, 38-39, 42. [27] Cfr. in particolare ivi, pp. 14 e 55. [28] Ivi, p. 7. [29] Antonio Livi, Metafisica e senso comune. Sullo statuto epistemologico della filosofia prima, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma, pp. 10-11. [30] Ivi, pp. 25, 30-31. [31] Ivi, pp. 127-180. [32] Antonio Livi, Perché interessa la filosofia e perché se ne studia la storia, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2006, p. 19. [33] Ivi, pp. 37 e 310.

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Discussione sul libro “Il principio di coerenza”

Posted by admin | Posted in recensioni di libri | Posted on 22-06-2009

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Recensione del libro di Antonio Livi,

Il principio di coerenza. Senso comune e logica epistemica

(Armando Editore, Roma 1997)

 

A cura del prof. Juan José Sanguineti

Pontificia Università della Santa Croce (Roma)

 

 

È questo il terzo volume dedicato dall’autore alla questione del senso comune, visto come fondamento della filosofia realista. L’incancellabile percezione delle verità primarie del senso comune costituisce la base per affrontare le contraddizioni dei sistemi filosofici che pretendono un inizio assoluto senza presupposti, in mancanza del quale si cade nello scetticismo. Non si tratta di rilevarvi delle semplici contraddizioni logico-formali, ma altre più profonde di natura pragmatica: il filosofo negatore di un elemento del senso comune manifesta nel suo agire da filosofo (nel linguaggio e nel dialogo) di presupporre quanto teoreticamente pretende di ignorare. Non basta dunque la logica formale, ma occorre una logica aletica, relativa alla pretesa di verità del discorso e quindi previa alle mediazioni discorsive e alla prassi linguistica.

 

L’importanza dell’argomento si desume dall’ampiezza confutativa consentita dal procedimento di ridurre i filosofi dei sistemi chiusi ai loro presupposti impliciti. Tale riduzione, utilizzata per la prima volta da Aristotele contro i relativisti, finisce col portare gli interlocutori all’auto-confutazione. Antonio Livi, seguendo la traccia aristotelica, impiega sistematicamente il metodo dialettico della confutazione elenctica all’interno di una metafisica realista che risulta in questo modo criticamente fondata, in quanto l’assurdità di negare un principio del senso comune conduce indirettamente, ma anche apoditticamente, alla sua affermazione. In questo senso egli denomina “filosofia del senso comune” una filosofia che, senza ridursi al nucleo delle verità del senso comune, possedute in modo spontaneo da tutti gli uomini, anche “in silenzio”, ritorna comunque ad esse di continuo per verificare la saldezza delle proprie posizioni e per eliminare le deviazioni razionali. E’ esattamente la funzione assegnata da Tommaso d’Aquino ai primi principi, la cui verità è in grado di fondare un supremo iudicium su tutte le altre verità, cosicchè quei principi, colti dall‘intellectus agens, fanno capo al duplice procedimento della ragione, quello della resolutio e quello della compositio (riduzione al principio e sintesi posteriore). Si scorge così la rilevanza dei principi per il metodo della metafisica (e anche dell’etica).

Sarebbe fraintesa questa tematica se venisse assimilata ai soliti procedimenti dell’assiomatismo. I primi principi onto-gnoseologici, chiamati da Livi certezze fondamentali del senso comune, non sono punti di partenza delle catene deduttive di un sistema. Succede invece al contrario, come si evince da questo studio. Non è neanche necessario rammentare i limiti del formalismo, definitivamente convalidati dalle dimostrazioni di Gödel degli anni Trenta. I principi del senso comune sono il sostegno delle verità di ogni sistema deduttivo dal di fuori o più esattamente dal di sopra di esso. Sono quanto è personalmente presupposto prima di ogni altro presupposto anonimamente enunciato: una pre-conoscenza non esauritasi nelle sue espansioni linguistiche perché “non razionale”, appartenente a quella forma superiore di sapere di cui non si può non essere convinti, chiamata nouV da Aristotele.

Due inconvenienti sono evitati dal testo di Livi. Primo, la banalizzazione dei principi ad opera di un’antica manualistica scolastica troppo debitrice dei procedimenti more geometrico del razionalismo. Nel pensiero aristotelico i principi supremi non erano concepiti come l’ultima premessa maggiore dei sillogismi. Secondo, il rischio della loro riduzione al silenzio wittgensteiniano, poiché dei principi si può e si deve parlare, senza perciò ignorare i limiti del nostro linguaggio.

Sarebbe interessante un confronto della filosofia del senso comune con il metodo trascendentale (Maréchal, Lonergan), nel quale si tenta di ricostruire la metafisica accettando in qualche modo, in un contesto non esclusivamente fenomenico, il suggerimento kantiano di partire dalle strutture conoscitive per arrivare alle verità della metafisica. In sintonia con questo lavoro, riteniamo insufficiente tale metodo, in quanto tenta di introdurre una mediazione razionale per afferrare quanto invece è immediato (molto giustamente Livi predilige il termine immediatezza anziché evidenza, in conformità con la tradizione classica). Se la mediazione fosse necessaria per la fondazione dei principi ontologici (primato della ratio sull’intellectus), allora Kant o Husserl potrebbero essere riportati al realismo attraverso una sorta di esigenza trascendentale inerente al pensiero puro. Ma è più semplice, malgrado la sottigliezza della questione, mostrare che in realtà Kant o Husserl presuppongono quanto si rifiutano di riconoscere come immediato. E allora non bisognerebbe parlare di una fondazione dei principi, visto che sono essi a legittimare ogni fondazione. Il pensiero umano non è “puro”, in quanto contiene (”irrazionalmente” direbbe un razionalista) dei principi inderogabili che lo trascendono. Il metodo proposto da Livi per la confutazione dei sistemi razionalistici serve a nostro avviso per il superamento della filosofia trascendentale. Non ci sono tuttavia delle difficoltà per il riconoscimento di un inizio a partire dal pensiero inteso metafisicamente, osserva l’autore (nota 36 di p. 26). Viene così evitata la falsa contrapposizione conoscere-essere: l’essere è manifesto, e il pensiero è manifestante l’essere. Il cespite dell’immanentismo moderno «non è dunque il cogito come tale, bensì il cogito fenomenisticamente ridotto» (ibid.). Non siamo in un realismo materialista che affermi l’essere per deprimere il pensare.

Il sistema organico dei giudizi primari del senso comune, sostiene Livi, potrebbe essere denominato anche “struttura originaria dell’esperienza” o “esperienza originaria” (p. 46). L’inclusione di un’esperienza con valore universale è importante se si vuole correggere l’abituale ambientazione razionalista dell’argomento dei primi principi. Le convinzioni del senso comune non sono soltanto delle verità esprimibili in giudizi necessari, quali il principio di non contraddizione o di causalità, ma rimandano altresì ad elementi esistenti in atto, quali la realtà del mondo sempre presente alla coscienza, la presenza dell’io a se stesso e quella delle altre persone. Per il razionalismo queste conoscenze sarebbero “dati empirici e di fatto”, la cui negazione non è contraddittoria. Così essi vengono relegati al novero delle “evidenze sensibili”, di poco conto per la filosofia (ma poi i principi universali si rivelano vuoti e formali). Ignorare che la percezione unitaria del mondo e dell’io è un’esperienza intellettivo-sensitiva è stato il grande errore dei sistemi razionalisti (anziché prendere la conoscenza nella sua unità originaria, si parte dalla separazione astratta tra sensazioni non intelligenti e pensiero puro).

La tesi di questo libro sul senso comune è solidale con una teoria della conoscenza unitaria. Si comprende l’importanza del concetto di esperienza ontologica di base. Ma la negazione di tale esperienza, obietterebbe un razionalista, non comporta contraddizione. Livi argomenta invece che, a livello dialettico e pragmatico, la negazione di tale esperienza è profondamente contraddittoria. Il mondo potrebbe non esistere, ma io non posso negarlo senza auto-contraddirmi, poiché la mia esperienza del mondo è inseparabile dal mio pensare. Laddove il razionalista vede una tautologia, il realista metafisico scorge una conoscenza viva e pre-astratta. Un pensiero puro, senza mondo fisico, sarebbe concepibile solo in Cartesio e Husserl. Per loro vale appunto l’argomentazione di senso comune: neanche questi due filosofi sono coerenti e così cadono in una sorta di platonismo. Il “principio di coerenza” di Livi si riferisce a questa corrispondenza vitale, persino inconscia ma anche implicita in ogni operazione conoscitiva, tra il pensiero in atto e la realtà dell’essere.

Bisogna determinare il senso in cui il principio di non contraddizione viene usato come metodo della metafisica. La filosofia essenzialista lo impiegava riduttivamente come un principio adatto per pensare alla possibilità universale di un essere non contraddittorio. Tutta la verità dei sensi veniva in questo modo degradata, dal momento che non è contraddittorio pensare il contrario di quanto i sensi attestano, o ritenere che tutti i fenomeni siano il contenuto di un sogno. Di fronte a questa visione cartesiana si poteva riconoscere all’immanentismo il privilegio di essere sostenibile nel suo proprio terreno. La più estrema posizione solipsistica non poteva essere confutata razionalmente: non era contraddittoria.

Numerosi argomenti sono stati avanzati contro il fenomenismo “coerente”: necessità di una scelta tra realismo e immanentismo, scelta basata sul senso comune visto in modo psicologico, o assimilabile a una fede soggettiva; oppure scelta compiuta in coerenza con la salute mentale, come suggerisce Wittgenstein (Sulla certezza): chi nega la realtà non dovrebbe andare dal logico ma dallo psichiatra. Queste risposte, pur nella giusta direzione, potrebbero far pensare che la non contraddizione dopo tutto non sarebbe così importante per il realismo. La tesi del “principio di coerenza” ne restituisce la portata, purchè la contraddizione sia riferita non al piano dell’oggettività astratta bensì a quello più profondo della conoscenza completa. Solo così possiamo giudicare incoerente chi finge di credere che tutto sia un sogno provocato da un genio maligno.

Quando lo scettico afferma che la verità non esiste, non basta osservare che egli ha già voluto enunciare una verità, o che chi dubita sa di dubitare. Lo scettico più radicale può rinchiudersi sulla posizione prettamente fenomenista di chi non emette alcun giudizio ma si limita a dire “a me sembra”. Ovviamente non c’è contraddizione nello sperimentare una sensazione o un’apparenza. Un relativista molto sofisticato non ha bisogno di giudicare e, se parla, neanche ha pretese di essere capito a pieno titolo. E’ questa la posizione dell’incommensurabilità tra i paradigmi personali, quale viene presentata nella tesi di Quine sull’impossibilità della traduzione radicale. Viene così sancita l’incomunicabilità di fondo tra le culture e tra le persone. Di fronte a questa tesi serve a poco l’argomento della contraddizione formale, visto che la conoscenza stessa è stata dissolta nella prassi. Se manca ogni accordo, non ha senso parlare di contraddizione. Come potrebbe procedere allora una confutazione? Il miglior modo di farlo è sicuramente la linea auspicata dal “principio di coerenza”: tutto quanto un tale filosofo fa, dice o scrive, per esempio quando esprime la tesi dell’incommensurabilità, contraddice di fatto quanto egli pretende, ovvero esiste un’incoerenza tra la sua intenzione normale di convincere altri e la sua pretesa esplicita di convincere di tesi incredibili.

 

Juan José Sanguineti

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