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IL PENSIERO DI ANTONIO LIVI IN SINTESI

Livi, la metafisica e il senso comune    di Pier Paolo Ottonello, ordinario di Filosofia nell’Università di Genova     La produzione filosofica che Antonio Livi ha dato alla luce in quest’ultimo quarantennio è considerevole sia per la coerenza del percorso, sia per il costante nitore del dettato, non di rado intenzionalmente didattico, nonché per l’altrettanto intenzionale monotematicità di fondo, che traduce la sua persuasione, sempre più profondamente radicata, della costruttività e fecondità della sua elaborazione teoretica. Già da un primo approccio al complesso delle sue opere traspare con evidenza la fondamentale genesi e intenzionalità apologetica della sua attività intellettuale: che non solo non ne vela né diminuisce, ma piuttosto il contrario, il rigore e la consequenzialità teoretica. Il suo intento essenziale ne emerge nella chiave dell’articolazione di una metafisica cristiana profondamente intessuta con le principali movenze della cultura filosofica contemporanea. Da qui, fin dall’inizio del suo percorso, il fitto dialogo con posizioni di primo piano nel Novecento, quali quelle di Gilson, Blondel, Sciacca: dialogo che dà corpo al volume Il cristianesimo nella filosofia (L’Aquila 1969), quasi primo di un’ideale trilogia che si completa nei ravvicinati volumi E. Gilson: filosofia cristiana e idea del limite critico (Pamplona 1970) e Il problema della filosofia cristiana: Blondel, Bréhier, Gilson, Maritain (Bologna 1974). Nei quali è soprattutto il Gilson tanto agostinista quanto tomista di L’être et l’essence (1948) e dei maturi Elements of Christian Philosophy (1960) a indicargli in Tommaso quella connessione tra senso comune e metafisica che ha costituito il nucleo forte dell’intera sua produzione successiva, storiograficamente corroborata, a un trentennio dai suoi esordi, dal Tommaso d’Aquino: il futuro del pensiero cristiano (Milano 1997), che considero una delle pochissime opere fondamentali su Tommaso della seconda metà del Novecento, accanto a quelle – oltre a Gilson – di Pieper, Fabro e Sciacca. Tale versante storiografico costituisce una robusta premessa all’intera sua produzione successiva, che riprende, intensa, dopo un quindicennio polarizzato da altre cospicue attività, e la cui chiave spiccatamente teoretica è già configurata in modo intero nella Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede (Milano 1990), opera seguita dal significativo corollario storiografico costituito dal volume Il senso comune tra razionalismo e scetticismo: Vico, Reid, Jacobi, Moore (Milano 1992). Nel decennio più recente Livi intensifica le chiarificazioni e le determinazioni delle conseguenze più rilevanti del nucleo della sua proposta teoretica, organandole in particolare in due opere fondamentali: Verità del pensiero: fondamenti di logica aletica (Città del Vaticano 2002) e Metafisica e senso comune. Sullo statuto epistemologico della filosofia prima (Roma 2007); mentre esplicita i rilievi critici nei confronti di soggettivismo, criticismo e idealismo, viziati di akrasia per irrazionale autoreferenzialità immanentistica, ne Il principio di coerenza (Roma 1997); ed evidenzia ulteriormente la chiave apologetica in Razionalità della fede nella Rivelazione. Un’analisi filosofica alla luce della logica aletica (Roma 2002, 20053)[1] e una pressante preoccupazione didattico‑propedeutica e riepilogativa ne La ricerca della verità. Dal senso comune alla dialettica (Roma 2001, 20053) e in Perché interessa la filosofia e per ché se ne studia la storia (Roma 2006)[2].     1. La metafisica nel senso comune «Insopprimibile è la tendenza a voler “interpretare”, con una mediazione logica, ciò che è di per sé immediatamente evidente, ma non dice tutta la verità di sé»; «la proprietà logica dell’esperienza» costituisce «il fondamento sempre attuale e sempre attivo della razionalità metafisica, che si basa sulla conoscenza immediata»[3]: due tesi che potrebbero assumersi quasi ad esergo della proposta teoretica che Livi sintetizza e organa con particolare efficacia specie nelle due opere che ho indicato come fondamentali. Assumo il recente volume di Di Ceglie su La filosofia del senso comune in Italia. Obiezioni e risposte (Roma 2005), imperniato sull’opera di Livi, come occasione per schematizzarne alcuni degli elementi di quello che ne considero il nucleo teoretico, nonché, dove lo ritenga opportuno, per accennare a qualche chiosa. E già ne affaccio una prima, in relazione ad uno degli snodi evidenziati in Verità del pensiero. Là dove Livi ribadisce l’«immediatezza» dell’esperienza, sostanziata dalla realtà concreta del “senso comune”, come premessa e fondamento della metafisica, ossia della determinazione dell’organismo formale-esplicitante, per mediazione razionale, dei contenuti dell’«evidenza immediata» dell’esperienza stessa: dopo avere precisato che l’esperienza è una nozione assoluta che «non va ridotta alla dimensione sensistica», in quanto il primum cognitum con funzione di fondamento aletico, include «dimensioni metafisiche degli enti percepiti», quali esistenza, sostanza, essenza, relazioni; ed è «conoscenza immediata e indubitabile», evidente e certa[4]. Al tempo stesso, è noto – ma lo documenterò – che il “pentalogo” delle «certezze empiriche» formulato da Livi come il caposaldo sintetico della sua teoresi, vede in prima e primaziale posizione la certezza per evidenza immediata del mondo come molteplicità e movimento degli enti, e in seconda posizione la certezza relativa al soggetto come l’io che conosce il mondo. Peraltro in Verità del pensiero sostiene che «nel “primum cognitum” l’io ancora non c’è», in quanto l’evidenza dell’io è «mediata» da «un’operazione intellettiva che mi fa dire: le cose che conosco non sono io, e io non sono le cose che conosco. Si tratta dell’esperienza primaria della negazione, che segue l’esperienza primaria dell’affermazione»[5]. Il primum cognitum consiste in «una apprensione sintetica secondo l’atto di essere delle cose», una apprehensio entis come «apprensione del plesso metafisico ens/esse», in forza di «una convergenza dei dati sensibili», nella «percezione sensoriale», e «dell’intuizione intellettiva in un unico oggetto», «convergenza che si realizza grazie all’unità sostanziale del soggetto»[6], dato che l’esperienza «è sempre soggettiva»[7]. Ma se nel primum cognitum «l’io ancora non c’è»? o dobbiamo distinguere fra io e «unità sostanziale del soggetto»?     2. Confronto con la metafisica rosminiana È indubitabilmente verace il giudizio che, sia pure in modo incidentale, Livi sintetizza a proposito di Sciacca, asserendo che nella sua “filosofia dell’integralità” abbiamo «una giustificazione del senso comune [...] esplicita e coerente»[8]; ma è noto che Sciacca concepisce l’atto concreto di esperienza come relazione sintetica indissolubile di soggetto e di oggetto, relazione che, come esigenza di una sintesi definitiva, rimanda alla causa e principio ultimo che trascende l’esperienza stessa[9]. E l’atto concreto di esperienza non è certo senza l’intelligenza, anzi è sostanzialmente come intelligenza prima: secondo Rosmini assunto teoreticamente da Sciacca:   «L’intelligenza non è altro, che l’intuizione dell’essere, l’unione dell’oggetto a soggetto, nella quale quello rimane necessariamente distinto da questo [...] l’essere [...] è la forma di ogni intelligenza, la prima cognizione»[10]: «la prima cognizione [...] a noi naturale precede qualunque giudizio [...] e forma la nostra facoltà di conoscere: l’oggetto di tale intuizione è l’essere ideale»[11].   In altri termini, e per compiere l’intendimento della chiosa, il “pentalogo” che Livi configura come costitutivo del “senso comune” è in realtà un plesso di relazioni primarie, sintetizzabili nei termini della relazione di finito e infinito come la relazione di alterità che tutte le altre contiene e il cui dispiegamento costituisce il discorso metafisico: più precisamente, la primazia fondante l’«evidenza immediata» dell’esperienza è necessariamente quella dell’essere, che è ciò che è il comune costitutivo di ogni relazione, a cominciare da quella fra l’essere delle cose e l’essere dell’io percipiente le cose, sino alla relazione fra essere qua talis ed essere determinato nella percezione e dunque fra essere determinato ed essere indeterminato, fra essere ideale ed essere reale, e infine sino alla relazione essere finito-essere assoluto. L’esperienza come l’ambito delle assolute certezze immediate costituenti il senso comune è dunque configurabile rigorosamente attraverso le determinazioni rosminiane, a partire da quella relativa all’immediato, che «altro non significa che una relazione con ciò che in ordine alla scienza è mediato; e però suppone che vi sia il soggetto di questa relazione»[12]. E il soggetto altro non può essere che l’io come intelligenza percipiente: «la percezione intellettuale è quella che fa il nostro spirito di una cosa sentita, quando la vede contenersi nella nozione universale di esistenza», la quale «non indica che una idea», ossia la percezione «è l’atto con cui la mente apprende come oggetto un reale (un sensibile), ossia lo apprende nell’idea. La sensazione dunque è soggettiva, la percezione sensitiva è estra-soggettiva, l’idea è oggetto, la percezione intellettiva è oggettiva»[13]. A trascegliere poi passi specificamente attinenti, sia del Nuovo saggio che della Teosofia di Rosmini, potrebbe apparire che Livi quasi ne derivi fondamentali determinazioni riguardo all’evidenza immediata dell’esperienza e dei principi primi; a cominciare dall’approccio al tema così sintetizzato all’inizio della Teosofia:   «La Filosofia non comincia col raziocinio, ma colla riflessione osservatrice, e però con un conoscere immediato, senza supposizioni di sorta [...] da un punto luminoso, che ha l’evidenza della necessità, riconosciuto bensì dall’uomo dalla riflessione, ma dalla riflessione osservatrice, e non punto argomentatrice [...] ogni osservazione anche riflessa è un conoscere diretto ed immediato»[14]; e poco oltre: «Ogni umano sapere dipende da due elementi primitivi e immediati che sono l’essere ideale intuito per natura dall’umana intelligenza, e il sentimento», che «non è noto per se stesso, ma per l’atto della percezione, la quale non ammette errore»[15]; il che integra la determinazione dell’evidenza formulata nel Nuovo saggio: «L’evidenza nasce dall’universalità e necessità dell’idea dell’essere, ove sono i primi principi radicati [...] come secondo la suprema regola logica, la mente dee formare tutti i suoi giudizi»[16].   Tale ampia esemplificazione di passi rosminiani relativi a problemi cardinali formulati da Livi ha la sua più profonda ragion d’essere non tanto in una personale formazione filosofica, bensì in relazione a fondamentali giudizi di consenso che sintetizza nei confronti di Rosmini, e non direi prevalentemente a titolo di “antecedente” nella centralizzazione del senso comune[17], accanto ad autori quali Malebranche, Vico, Reid, Jacobi, Newman[18]. Il fondamentale tomismo “di razza” di Livi nell’impostazione e soluzione dei problemi costitutivi della metafisica, insieme con inevitabili differenze di modulazione[19], si conferma quanto meno come non affatto dissenziente, infine, dal giudizio che Sciacca formula su Rosmini come «il primo grande pensatore che [...] ha rinnovato il tomismo [...] e perciò il primo “neoscolastico” nel significato più forte del termine»[20]: sostanzialmente in tale direzione leggo il Tommaso di Livi come «il futuro del pensiero cristiano».     3. Le certezze del senso comune L’opera che considero la più importante della produzione di Livi è senza dubbio Senso comune e logica aletica, in quanto caratterizzata dalla più notevole ed efficace sinteticità, compiutezza, ampiezza e determinazione del raggio delle conseguenze dell’organismo teoretico che vi propone, nel delineare la funzione fondativa e critica del senso comune. Nella chiave prevalente della delineazione dell’accezione epistemica del senso comune, Livi riformula anzitutto i termini della struttura portante della sua proposta teoretica, attribuendo all’insieme sistematico e organico delle «certezze primarie, fondate sull’esperienza originaria di tutti» la portata fondamentale del costituire il «criterio di base della verità di ogni giudizio»; quindi formulando con stagliata nettezza le cinque «prime certezze empiriche, assolutamente indubitabili e presenti nella coscienza di tutti», così riassumibili: 1. molteplicità e movimento degli enti (mondo); 2. io, che conosco il mondo (soggetto); 3. analogia fra i soggetti (intersoggettività); 4. libertà e moralità costitutive dell’intersoggettività (amore e responsabilità); 5. Intelligenza creatrice e ordinatrice come origine prima e fine ultimo dell’intera realtà[21]. Tali certezze costituiscono l’implicito che è necessario esplicitare, progredendo dal fenomeno al fondamento, dall’intellectus originario all’intellectus nella pienezza del suo dispiegamento tramite la ratio. In questi termini essenziali Livi delinea la relazione necessaria fra la «razionalità problematica» dell’esperienza e la sua interpretazione razionale finalizzata alla sua piena intelligibilità, che si struttura come metafisica, secondo la sua intrinseca teleologicità, nell’atto in cui si problematizza e si rende intelligibile l’interezza dell’esperienza. In tale direzione, i principi primi speculativi, quali anzitutto quelli di non contraddizione e di causalità, che costituiscono «quella conoscenza pre-scientifica che è il senso comune», fondano le verità predicative mediante le quali formulare in modo esaustivo i principi primi nell’ordine metafisico, morale e religioso, strutturando una vera e propria «gerarchia delle verità»[22]. Livi intende dunque il senso comune come «quel complesso organico di certezze empiriche primarie che fondano la verità di ogni discorso, e [...] sono il fondamento aletico del pensiero, sia quando si tratta di “conoscenza ordinaria” sia quando si tratta di “scienza” [...] e di “fede”»: «la logica aletica esige che la verità di una proposizione [...] sia garantita da una fondazione o giustificazione logica non relativa o settoriale ma assoluta e globale»[23]. Un orizzonte totale è dunque costitutivo della metafisica, in quanto è suo imprescindibile impegno intelligere razionalmente nel modo più inclusivo l’essenza e il significato degli enti finiti, della soggettività e dell’intersoggettività, della pluralità e della gerarchia delle verità, nonché della realtà di Dio, per nei limiti costitutivi della persona[24].     4. Il riconoscimento critico del senso comune Livi dimostra piena consapevolezza della necessità di un «equilibrio difficile» per poter pervenire alla strutturazione e determinazione di «una filosofia capace di riconoscere nel senso comune il suo presupposto aletico»[25]. Ed è difficoltà che non giudica connessa con la natura medesima delle evidenze proprie del senso comune, che a più riprese caratterizza come «empiriche» ed «esistenziali»[26]. La chiave delle difficoltà di tale ordine è radicata nella libertà costitutiva della persona. Infatti l’ordine delle certezze assolute e universali proprie del senso comune non è per se stesso necessariamente generatore dell’organismo onninclusivo e teoreticamente esaustivo della metafisica: l’orientarsi a riconoscerlo e a formularlo con rigore e coerenza razionale dipende in modo essenziale da una «scelta iniziale» di un criterio fondamentale di verità. In forza della necessità di tale scelta si dà infatti un ordine di «varianti negative» oppure di «varianti positive» dell’accezione epistemica del senso comune[27]. Si radicano in quest’ambito le delucidazioni, che Livi è giustamente preoccupato di intessere con ampiezza argomentativa, riguardo a dubbi, svalorizzazioni, marginazioni e falsificazioni della connessione fondamentale e fondante fra le verità del senso comune e la necessità di pervenire alle verità costitutive della metafisica a raggio intero. Perciò ravvisa la necessità – radicalmente in ordine all’istanza apologetica che costituisce la base stessa della sua tanto impegnata operosità – di erigere sempre di nuovo, quasi in controcanto rispetto al suo incessante confermare e integrare la propria proposta teoretica, una serie sempre più ampia di argomentazioni critiche, nette e incisive, nei confronti, alla fin fine, della stragrande maggioranza delle posizioni filosofiche – o così dette – della modernità e della contemporaneità, senza dubbio oggi dominanti e pressoché incontrastate. Sicché la «denuncia dell’infondatezza dello scientismo, del razionalismo metafisico e del fideismo» elevata in apertura di Senso comune e logica aletica[28], in Metafisica e senso comune amplia il raggio delle sue coerenti conseguenze imponendogli, già in apertura, di sottolineare nel modo più forte e inequivocabile la tesi della «metafisica come essenza della filosofia», ben consapevole che essa si contrappone «radicalmente a molti luoghi comuni della cultura filosofica oggi dominante»[29], e che perciò pochissimi «sono i filosofi che – scrive – con me riconoscono importante e necessario il fondamento epistemico del senso comune» e sono la stragrande maggioranza coloro che «propongono dei sistemi di pensiero in programmata contraddizione con il senso comune [...] squalificato in quanto doxa, ossia “pensiero ingenuo”»: il che, ad avviso di Livi, può essere fondato solo su «argomentazioni retoriche» costruite per partito preso[30]. E siccome il “fronte” di costoro è tanto esteso ed è comprensivo di autori tanto “autorevoli” come Cartesio, Spinoza, Hume, Kant, Hegel, Husserl, Gentile, Habermas, Gadamer… fino al Severino, Livi considera responsabilità da non aggirare, specie da Metafisica e senso comune, che per quasi un terzo dedica a «confronti critici»[31], dopo avere sacrosantamente inalberato la perenne sentenza platonica secondo la quale è filosofo soltanto chi è «capace di vedere l’intero». E se all’inizio di quest’opera, quasi ad esergo, sottolinea di non aver «fatto altro che ritornare sui medesimi argomenti, approfondendoli e ricavandone importanti applicazioni» – che è stilema della sua produzione tutta, non senza effetti di incremento d’efficacia delle tesi fondamentali e fondanti che la sostanziano –, all’inizio dell’opera intenzionalmente propedeutica e riepilogativa, quale è Perché interessa la filosofia e perché se ne studia la storia, ritiene necessario ribadire che lo scopo della sua «insistente riproposizione» è persuadere che è «qualcosa di sostanzialmente diverso dalla filosofia» contraddire il senso comune, non riconoscendone il valore fondativo[32]; ossia che «tutto ha senso solo se si intuisce il nesso razionale che unisce [...] il creato al Creatore [...] che il negativo del limite intrinseco al mondo e all’uomo è trasceso dalla presenza in tutte le cose di Dio che, in quanto primo Principio e ultimo Fine di tutto, opera dappertutto come Provvidenza»: e che «il mondo e la legge morale sono fatti evidentissimi: ma allo stesso tempo appaiono come realtà che sarebbero assurde, incomprensibili, se non le si ricollegasse a un fondamento e a un’origine, se non se ne trovasse la ragione ultima»[33].                               [1] Nonché in Logica della testimonianza. Quando credere è razionale, Lateran University Press, Città del Vaticano 2007 (in collaborazione con Flavia Silli). [2] Del più grande rilievo storico-critico anche in questa chiave la sua poderosa opera in quattro tomi di complessive oltre duemila pagine, La filosofia e la sua storia, Società Editrice Dante Alighieri, Roma 1996-97. [3] Antonio Livi, Metafisica, in Giuseppe Tanzella-Nitti e Alberto Strumia (edd.), Dizionario interdisciplinare di scienza e fede, Città Nuova, Roma 2002, vol. I, pp. 939‑957, qui pp. 949-950. [4] Antonio Livi, Verità del pensiero. Fondamenti di logica aletica, Lateran University Press, Città del Vaticano 2002, pp. 53-54. [5] Ivi, p. 78. [6] Ivi, p. 65. [7] Ivi, p. 58. [8] Antonio Livi, La filosofia e la sua storia, vol. III, tomo2: Il Novecento, cit., p. 815. [9] Cfr. Alberto Caturelli, M. F. Sciacca. Metafisica dell’integralità, Edizioni Ares, Milano 2008, pp. 59‑62. [10] Antonio Rosmini, Psicologia, voll. 9-10 dell’ed. naz. crit., in 4 tomi, ed. V. Sala, Città Nuova, Roma 1998-99, vol. I, n. 13, pp. 35-36. [11] Idem, Nuovo saggio sull’origine delle idee, voll. 3-5 dell’ed. naz. crit., ed. G. Messina, Città Nuova, Roma 2003-2005, vol. II, n. 552, p. 128. [12] Idem, Saggio storico critico sulle categorie, vol. 19 dell’ed. naz. crit., ed. P. P. Ottonello, Città Nuova, Roma 1997, p. 258. [13] Antonio Rosmini, Nuovo saggio ecc., cit., vol. I, n. 339, pp. 423-424; vol. II, n. 417, p. 31. [14] Idem, Teosofia, voll. 12‑17 dell’ed. naz. crit., a cura di M. A. Raschini e P. P. Ottonello, Città Nuova, Roma 1998-2002, vol. I, n. 25, p. 58. [15] Ivi, n. 74, pp. 106-107. [16] Antonio Rosmini, Nuovo saggio, cit., vol. III, n. 1339, p. 228. [17] Cfr. il mio articolo, “Il “senso comune” in Rosmini”, in Aquinas, 51 (2008), pp. 123-145. [18] Per Antonio Livi, «l’opera di Rosmini si può considerare una sintesi organica che non solo accoglie le istanze del pensiero classico, medioevale, moderno e del suo tempo [...] ma costituisce altresì il tentativo [...] di una nuova enciclopedia, ossia di un sapere unitario in cui l’uomo possa contemplarsi come relazione necessaria e cosciente tra il finito e l’Infinito» (La filosofia e la sua storia, vol. III, tomo 1: L’Ottocento, cit., p. 261). [19] Quali emergono ad esempio nel suo importante articolo in occasione della Nota pontificia del 1° luglio 2001, definitivamente ‘liberatoria’ nei confronti di Rosmini, ora proclamato beato: Antonio Livi, “La ‘teosofia’ rosminiana: il suo fascino e la sua ambiguità”, in L’Osservatore Romano, 12 luglio 2001, pp. 7-8. [20] Michele Federico Sciacca, La filosofia, oggi, Marzorati Editore, Milano 19705 (voll. 7-8 delle Opere complete, vol. I), p. 330. Tesi argomentata e documentata in modo determinante nel volume di Francesco Percivale, Da Tommaso a Rosmini, Ed. Marsilio, Venezia 2003. [21] Antonio Livi, Senso comune e logica aletica, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2005, p. 19. [22] Ivi, pp. 23, 27, 38-42. [23] Ivi, p. 60. [24] Cfr. in particolare ivi, pp. 104-110. [25] Ivi, p. 88. [26] Cfr. ad esempio ivi, pp. 25, 27, 38-39, 42. [27] Cfr. in particolare ivi, pp. 14 e 55. [28] Ivi, p. 7. [29] Antonio Livi, Metafisica e senso comune. Sullo statuto epistemologico della filosofia prima, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma, pp. 10-11. [30] Ivi, pp. 25, 30-31. [31] Ivi, pp. 127-180. [32] Antonio Livi, Perché interessa la filosofia e perché se ne studia la storia, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2006, p. 19. [33] Ivi, pp. 37 e 310.

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UN MANUALE PER L’USO DELLA FILOSOFIA IN TEOLOGIA

Posted by admin | Posted in RAGIONE E FEDE | Posted on 26-11-2009

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Le Edizioni Studio Domenicano di Bologna hanno pubblicato un nuovo libro di Antonio Livi dedicato a illustrare il ruolo scientifico della filosofia nello studio della teologia:

 

 Filosofia e teologia

(Collana “Teologia ecclesiale”, n. 12/5, Esd, Bologna 2009, pp. 416)

 

La filosofia è riflessione scientifica sull’esperienza umana universale e con le sue risorse naturali può conoscere qualcosa di Dio a partire dalla conoscenza del mondo. La teologia, invece, è riflessione scientifica sulla fede: si costruisce in rapporto all’evento della rivelazione divina, presuppone la fede in Cristo e si fonda sui dogmi definiti dalla Chiesa.
Oggi la catechesi e l’evangelizzazione devono fare i conti con una cultura dominante che, intenzionalmente, confonde il discorso filosofico su Dio e la religione, da un lato, con il discorso teologico, dall’altro. Il presente trattato tenta di fornire gli strumenti epistemologici per superare questa confusione, fornendo un’accurata definizione della natura e del metodo della filosofia e di quelli della teologia.
Il trattato spiega anche come la teologia, per servire la verità soprannaturale rivelata da Dio, debba tener conto della verità razionale che può essere raggiunta dall’uomo con la filosofia, a condizione che questa abbia seguito correttamente il suo proprio metodo. Sulla scorta di questi precisi criteri epistemologici, vengono analizzati anche i più significativi esempi di feconda collaborazione tra filosofia e teologia nella storia del cristianesimo. Quindi vengono commentati dettagliatamente i documenti del Magistero sulla funzione ecclesiale della teologia e sul ruolo della filosofia nella ricerca teologica 

 

 

 

 

PRESENTAZIONE

di Mauro Gagliardi

 

 

Tra i messaggi che il Santo Padre Benedetto XVI sta lanciando alla Chiesa ed alla società contemporanee, spicca il richiamo costante al ritorno alla ragione. Lungi dall’essere una religione del libro, il cristianesimo è la religione della Parola, ossia la religione del divino Logos incarnato. La Ragione eterna, che sussiste in Dio, è il modello esemplare di ogni altro logos creato, che ad essa partecipa. La rivelazione cristiana, come mistero di luce che brilla nelle tenebre del mondo (cf. Gv 1,5.9; 3,19-21; 8,12; 9,5), offre all’uomo la via privilegiata per l’ingresso nella pienezza della verità, attraverso l’obbedienza della fede e l’uso corretto della ragione. Ne consegue che il cristianesimo – come ammoniva l’allora teologo e cardinale Joseph Ratzinger – è l’unica vera forma di illuminismo, proprio perché non restringe il campo dello spirito umano alla conoscenza di una parte della realtà, ma lo mantiene aperto alla totalità del reale, ivi compreso l’invisibile. La fede costituisce pertanto il migliore aiuto all’apertura ed all’esercizio della ragione umana e non una limitazione o una negazione di essa. Il tema della purificazione ed elevazione del logos dell’uomo, grazie al Logos divino presente nella fede, è uno dei temi portanti del magistero dell’attuale Pontefice. Basti citare l’enciclica Deus Caritas est, n. 28: «Senz’altro, la fede ha la sua specifica natura di incontro con il Dio vivente – un incontro che ci apre nuovi orizzonti molto al di là dell’ambito proprio della ragione. Ma al contempo essa è una forza purificatrice per la ragione stessa. Partendo dalla prospettiva di Dio, la libera dai suoi accecamenti e perciò l’aiuta ad essere meglio se stessa. La fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito e di vedere meglio ciò che le è proprio». La teologia, intesa come intellectus fidei, è così l’interlocutore privilegiato della filosofia. Queste due scienze posseggono un’intrinseca vocazione al rapporto mutuo. Non devo qui evidenziare né il fondamento né le modalità di regolazione di tale relazione tra filosofia e teologia: il lettore troverà tutto ciò nel testo che ha tra le mani. Mio compito è sottolineare l’organicità della proposta di mons. Antonio Livi, al quale chiesi, circa tre anni fa, di contribuire con un suo saggio alla nascente collana della Teologia Ecclesiale. Esprimo la mia gratitudine allo stimato Autore, per aver accettato la proposta di collaborazione, nonostante i molteplici impegni. Come pure lo ringrazio per le informazioni e le riflessioni da lui presentate con la chiarezza del docente esperto e la competenza dello studioso attento e dotto.

Antonio Livi prosegue la linea tracciata dal suo maestro di un tempo Étienne Gilson e, in accordo ad altri studiosi del calibro di Augusto Del Noce, ritiene che, per comprendere davvero il mondo, la filosofia deve individuare le radici storiche che rendono ragione delle convinzioni teoretiche e delle opzioni pratiche in esso esistenti. Ma egli va anche oltre e sviluppa un suo modo originale di percorrere la storia della filosofia moderna, traendo da essa la categoria del «senso comune», vero asse portante della riflessione di mons. Livi. I temi del senso comune e dei praeambula fidei percorrono questo libro, si può dire, quasi dall’inizio alla fine. Lo scopo è il recupero della razionalità umana all’interno del discorso sulla fede. L’alternativa consisterebbe nell’estremismo o del razionalismo o del fideismo: errori che, a detta del Nostro, segnano una consistente parte della teologia contemporanea, condizionata da una filosofia insufficiente. La Fides et ratio di Giovanni Paolo II, il Papa filosofo, è un filo conduttore cui mons. Livi si richiama di continuo, scorgendo nell’enciclica diversi punti di contatto con la sua proposta di una filosofia del senso comune e di quella che egli chiama la «logica aletica»; ma anche puntando l’indice sul centro del dramma della cultura moderna, segnato della separazione o reciproca indifferenza tra filosofia e teologia.

La passione per la conoscenza e per l’affermazione di ciò che è vero permeano quest’opera di Antonio Livi, come tutta la sua produzione scientifica e la sua docenza universitaria. Da qui derivano le prese di posizione schiette e determinate su diversi temi, e le critiche senza sconti che egli rivolge ad alcuni autori, tanto filosofi quanto teologi. Dall’alto della sua competenza e della sua vasta bibliografia, l’Autore può permettersi di parlare chiaro e di assumersi la responsabilità delle sue valutazioni e dei suoi giudizi. Noi dobbiamo essergli grati per questa «parresia», perché ai nostri giorni è divenuta particolarmente urgente simile chiarezza, che deriva dalla passione per la verità e anche, mi si permetta dirlo, dall’amore per la Chiesa. Credo anche che, in un manuale rivolto agli studenti del primo ciclo, questa franchezza intellettuale possa essere pedagogicamente rilevante, data l’odierna tendenza alla political correctness, che è penetrata non solo nella società ma anche nelle università, col prevalere del criterio politico su quello «aletico». Auguro pertanto ai giovani studenti, che iniziano il loro percorso di studi, una proficua lettura e un attento studio del volume.

 

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Non posso esimermi, in seconda battuta, dal presentare brevemente anche la collana di manuali “Teologia Ecclesiale”, di cui il saggio su Filosofia e teologia di mons. Livi rappresenta il primo volume edito. La nascita di questa nuova collana di manuali è stata accompagnata da una serie di circostanze provvidenziali che qui non è necessario ripercorrere, ma anche da dubbi ed incertezze numerosi e diversi, e da un discernimento condotto nella preghiera, che ha mi convinto che dovevo impegnarmi in un’impresa ben al di sopra delle mie capacità e della mia esperienza. Non posso far altro che ringraziare di cuore la dott.ssa Antonia Salzano Acutis, Fondatrice delle Edizioni San Clemente, per avermi chiesto di ideare e di dirigere questa collana. Un sentito ringraziamento va anche a p. Giorgio Carbone, O.P., Direttore delle Edizioni Studio Domenicano, che coedita la collana. La “Teologia Ecclesiale” è una serie di manuali per lo studio della fede cattolica. I destinatari sono gli alunni di primo ciclo delle facoltà ed istituti teologici. L’enorme fatica e il lungo tempo che saranno necessari per sviluppare questa collana rappresentano un atto di carità intellettuale che i collaboratori offrono per i futuri presbiteri, per i consacrati e per i laici che si affacciano per la prima volta sul panorama della teologia cattolica. Per giudizio pressoché unanime, ai nostri giorni – data la specializzazione e frammentazione del sapere teologico – è divenuto praticamente impossibile che un solo autore possa comporre una summa theologica ben fatta. È però possibile che diversi autori, cultori di ambiti particolari degli studi ecclesiastici, convergano su alcuni punti essenziali, al di là di differenze su aspetti secondari. Gli autori della collana concordano sul fatto che la teologia è scienza della fede, e che la fede proviene dall’ascolto obbediente della parola di Cristo (cf. Rm 10,17), Logos fatto carne (cf. Gv 1,14): parola che precede le nostre attese e le nostre precomprensioni, invitandoci alla purificazione ed alla elevazione (non sopprimente) della natura nella grazia. La teologia è atto secondo, rispetto al momento primo della rivelazione soprannaturale di Dio all’uomo, che avviene attraverso i testimoni da lui costituiti. Ciò implica che una teologia senza Chiesa sia impossibile. Nel 1990, la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò l’istruzione Donum Veritatis, il cui sottotitolo recitava: «Sulla vocazione ecclesiale del teologo». Il teologo che si pone fuori della Chiesa o, peggio, contro di essa, semplicemente cessa di essere teologo e di fare teologia, nonostante la sua erudizione possa essere invidiabile, le sue pubblicazioni ponderose e la sua fama altisonante. Non c’è teologia senza sentire cum Ecclesia. E il sentire con la Chiesa è possibile solo se si è in sintonia con l’insegnamento del Magistero, che «piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone» il deposito della fede costituito «dalla Sacra Tradizione e dalla Sacra Scrittura» (cf. Concilio Vaticano II, Dei Verbum, n. 10). La “Teologia Ecclesiale” è una collana che vuole aiutare gli studenti a muovere correttamente i primi passi nella comprensione e sistematizzazione razionale della fede cattolica. Non si tratta di manuali per lo studio della teologia cattolica, bensì di manuali per lo studio della fede cattolica: proprio per questo sono manuali di teologia cattolica.

 

 

Roma, 19 marzo 2009

 

 

Livi_Filosofia_e_Teologia

Comments (2)

Si avverte molto il bisogno oggi, lo dico da docente di filosofia e da teologo, di una vera filosofia, che apra la mente e il cuore alla ricerca teologica. Grazie a don Antonio Livi e questa iniziativa e sopratutto per il grande lavoro che da tanto tempo svolge in questa direzione.

Mi piacerebbe avere qualche notizia e anche il suo recapito per poterle scrivere qualcosa di personale. Ogni sacerdote che sia docente di filosofia e di teologia, indipendenemente dalal stima che ha per me, mi interessa molto, in nome della fraternità sacerdotale e dell’unico scopo che tutti noi abbiamo: far conoscere Gesù, nostro Salvatore.

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