Featured Post

Attualità dei “praeambula fidei”

  Valentina Pelliccia Senso e valore della nozione tommasiana di «præambula fidei»  secondo Antonio Livi   Antonio Livi, nell’ambito dei sui studi volti ad approfondire la nozione di “senso comune” e a rilevarne le applicazioni di logica epistemica, ha ritenuto di grande utilità teoretica la rivisitazione storiografica di alcune nozioni della speculazione medioevale che sono indubbiamente fondamentali per l’epistemologia della teologia e quindi per il rapporto tra teologia e filosofia. Uno di queste nozioni è quella dei “præambula fidei”, collegata alla questione della razionalità della fede nella rivelazione divina, sulla quale Livi ha scritto pochi anni or sono un saggio da molti apprezzato e da altri animatamente discusso[1]. Ora lo stesso Livi ha curato per la Lateran University Press la pubblicazione degli Atti di un convegno interdisciplinare sul tema Si può (o si deve) parlare ancora di “præambula fidei”?, da lui stesso ideato e organizzato in qualità di decano della facoltà di Filosofia dell’Università Lateranense e che si è svolto in quella sede dal 16 al 17 maggio 2007. Il volume si intitola Premesse razionali della fede e consiste in una raccolta ordinata per nuclei tematici dei diversi interventi che si sono succeduti in quelle giornate di studio, opportunamente introdotti e commentati dallo stesso curatore[2]. Antonio Livi, infatti, non solo presenta gli specialisti che sono intervenuti sull’argomento in quest’opera, ma guida il lettore alla comprensione dei diversi contributi, rilevando l’importanza del presupposto epistemico adottato da ciascun autore nell’affrontare il tema dei præambula fidei, fino a giungere alla formulazione di giudizi valutativi riguardanti tanto il lavoro di raffronto compiuto, quanto il carattere logico-metafisico dei præambula fidei e la loro incidenza sulla natura razionale del deliberato assenso alla Rivelazione da parte del credente. Per questo attento e puntuale lavoro del curatore è doveroso ricordare la suddivisione logico-espositiva nella quale si struttura il volume: una Presentazione e un’Introduzione del curatore (pp. 5-42); una Prima parte («Il punto di vista teologico», pp. 43-73), con i contributi del Card. Georges Cottier, di mons. Rino Fisichella e del prof. Giuseppe Tanzella-Nitti; una Seconda parte («Prospettive storiografiche», pp. 75-305), che ospita interessanti saggi di Horst Seidl, Mario Pangallo, Giulio d’Onofrio, Alessandro Apollonio, Umberto Galeazzi, Dario Sacchi, Angela Ales Bello e Leonardo Messinese; una Terza parte («Il punto di vista epistemologico», pp. 307-367) nella quale sono ospitati gli interventi di Roberto Di Ceglie, il Giovanni Giorgio, Valentina Pelliccia, Fulvio Di Blasi, Luca Tuninetti e Ralph MacInerney; le Conclusioni del curatore («La discussione sui præambula fidei ha messo in luce l’insanabile contrasto tra i diversi orientamenti filosofici della teologia contemporanea», pp. 371-425); un’Appendice bibliografica a cura di Valentina Pelliccia (pp. 429-445)..             Il tema della razionalità della fede cristiana ― così caro al papa Giovanni Paolo II, autore dell’enciclica Fides et ratio, e al suo successore Benedetto XVI ― non può più essere oggi affrontato se non prendendo posizione sul valore epistemico della dottrina dei præambula fidei di Tommaso d’Aquino, e gli studi storici ospitati in questo volume coincidono sostanzialmente nel riconoscere che si deve al grande teologo medioevale la formalizzazione delle premesse razionali della fede, anche se la logica che ispira la sua dottrina ha sempre accompagnato le riflessioni dei pensatori cristiani nel momento in cui si accingevano a prendere autocoscienza dei fondamenti razionali che li avevano resi in grado di accogliere la Rivelazione e che li rendevano, secondo l’esortazione petrina, «pronti a rispondere a chiunque domandasse ragione della speranza che era in loro» (cfr. 1 Pt 3, 15). Ma proprio dall’analisi del contesto storico della dottrina di Tommaso deriva il riconoscimento del carattere universale delle certezze che compongono i præambula fidei, il che  ha suggerito ai collaboratori dell’opera collettanea di non fermarsi ad un mero rilevamento storiografico, come se i præambula fidei potessero essere considerati solo come risultato delle riflessioni di un teologo del XIII secolo. Riassumendo e interpretando in chiave di logica epistemica i risultati dell’indagine storiografica, Livi sostiene che la teologia contemporanea deve orientarsi verso il riconoscimento dei præambula fidei quali presupposti gnoseologici universalmente e necessariamente posseduti (condicio sine qua non) da chi è in procinto di credere, e/o ha già dato il proprio assenso alla Rivelazione. La capacità di indicare con precisione il modo conoscitivo di acquisizione dei præambula fidei, ovvero l’esperienza, permette di non reputare che possa dipendere da una formalizzazione logico-metafisica la certezza posseduta da un soggetto circa la loro verità; così da non poter confondere una conoscenza mediata, frutto di una dimostrazione, da una conoscenza immediata dell’esperienza. La riflessione filosofica può solo rendere esplicito tali fondamentali certezze e ridurre all’assurdo la loro negazione logica, ma non può far dipendere dal suo lavoro la loro acquisizione. Questo infatti è proprio ciò che sostiene Tommaso d’Aquino, per il quale le premesse razionali della fede «per rationem naturalem nota possunt esse» e «secundum se demonstrabilia sunt et scibilia»[3]. Va poi aggiunto, da un’attenta lettura dell’opera, che il curatore, oltre ad elaborare un possibile bilancio sull’argomento nell’odierno scenario scientifico (filosofico-teologico), propone una moderna riformulazione dei præambula fidei, capace di ripresentare lo stesso contenuto semantico nel contesto delle moderne questioni teoretiche, le quali interessano tutte, e non solo indirettamente, la teologia. Come Tommaso nel XIII secolo, così anche oggi è possibile parlare delle stesse verità, dello stesso nucleo veritativo, non modificandone il contenuto (riferendoci sempre alle stesse res indicate), ma rielaborando i termini scientifici che introducono ad esso. Anche perché ― rileva Livi nelle Conclusioni (pp. 371-425) ― la teologia è fortemente influenzata dagli orientamenti filosofici di stampo irrazionalistico, e molti teologi oggi disconoscono il valore epistemico dei præambula fidei, favorendo così l’adozione di presupposti fideistici nell’ermeneutica della fede[4]. In questi nostri tempi, peraltro, avviene che la negazione di ogni presupposto razionale per l’atto di fede divenga il fondamento “razionale” a partire dal quale sono formulate le ipotesi interpretative del dogma! Al contrario, la “proposta” avanzata da Livi è quella di riconoscere la necessità di «parlare di “præambula fidei”, come risposta che la filosofia – attraverso un suo specifico mezzo di indagine teoretica che si chiama “logica aletica” – ha dato (con Tommaso d’Aquino) e ancora oggi può dare al problema teologico della natura della fede nella rivelazione cristiana. Il senso di questa risposta è che la dottrina del Magistero sulla razionalità della fede è pienamente giustificata dal punto di vista formale, ossia come rivendicazione della formalità intrinseca all’atto di fede, che è un atto della ragione che accoglie, con fondati motivi, la comunicazione che Dio fa di se stesso. La razionalità dei misteri soprannaturali trascende le capacità umane di comprensione, ma l’intelletto umano può comprendere che non si tratta di qualcosa di assurdo, cioè di impossibile e di impensabile (questa è la razionalità della fede nel suo significato oggettivo di fides quæ creditur) inoltre, le ragioni per accettare la testimonianza di Cristo, Verbo incarnato che ci rivela il Padre, sono accessibili alla ragione umana, e chi è chiamato a credere può verificarle (questa è la razionalità della fede nel suo significato soggettivo di fides qua creditur). Ora, sia la razionalità della fede nel suo significato soggettivo fides qua creditur che la razionalità della fede nel suo significato oggettivo fides quæ creditur presuppongono logicamente delle certezze razionali che sono appunto quelle che Tommaso d’Aquino denominava «præambula fidei» (l’esistenza di Dio, innanzitutto, ma anche l’esistenza della libertà e della responsabilità personale, quindi il problema della salvezza eterna della propria anima consapevole del peccato) e che io ritengo di poter identificare con le certezze del senso comune»[5]. Nella sezione dedicata alle “Prospettive storiografiche” la dottrina di Tommaso d’Aquino viene esaminata da molteplici punti di vista: quello delle fonti precristiane e patristiche (Horst Seidl), quello del lessico (Giulio d’Onofrio), quello dottrinale (Mario Pangallo), e infine quello della concordanza sostanziale con il pensiero di Giovanni Duns Scoto (Alessandro Apollonio). Ma nella medesima sezione si trova anche la presentazione di filosofi contemporanei noti per la loro negazione tanto delle premesse razionali della fede quanto della stessa fede quale sapere. Ci riferiamo a Friedrich Nietzsche (presentato da Dario Sacchi), a Martin Heidegger (presentato da Leonardo Messinese), a Gianni Vattimo (presentato da Giovanni Giorgio) e a Emanuele Severino (presentato da Valentina Pelliccia). Questi filosofi hanno rifiutato i præambula fidei sulla base della scelta di partire dal cogito piuttosto che dal conosco, oppure per la scelta di iniziare da una intenzionalità rivolta verso dei flussi di coscienza invece che da un’intenzionalità rivolta verso le res quali oggetti della conoscenza; in tutti si rileva comunque la scelta di presupporre una dimensione trascendentale e/o storicistica invece di riconoscere la validità e la necessità di una dimensione metafisica. I presupposti epistemici di tali pensatori sono giustificabili sul piano storico, in quanto essi fanno esplicito riferimento a un “filone scientifico”, ma mancano del riconoscimento universale e necessario proprio dei presupposti della conoscenza in generale; pertanto, solo all’interno di una preconoscenza del contesto scientifico dal quale derivano è possibile una comprensione dei referenti del loro discorso. Ma tale precomprensione scientifica non ha i requisiti necessari per poter essere considerata lo statuto epistemologico della teologia. Il messaggio evangelico, pur facendo riferimento ad accadimenti che si situato in un preciso momento storico, non può essere vanificato da un’ermeneutica relativistica, ossia non può essere relativa a un tipo di interpretazione che sia legata a sua volta ad un preteso progresso storico. Non significa, questo,  che la storia non apra infinite possibilità di elaborare una sempre più adeguata interpretazione (teoretica e pratica) del dogma; ma, una volta ammessa la verità storica del progresso dogmatico, resta da riconsiderare la verità logica di quanto insegnato da Tomaso d’Aquino, ossia che le condizioni di possibilità dell’atto di fede ―  ciò che permette di ascoltare e accogliere la Rivelazione ― sono delle certezze empirico-razionali svincolate dal contesto storico, perché si basano sulla stessa condizione esistenziale dell’uomo, essere-nel-mondo in relazione con Dio. Sono queste certezze indipendenti dal contesto storico, e non le ipotesi interpretative, ciò che rende il Messaggio credibile, sempre attuale e non soggetto a variazioni che ne stravolgano il senso. I contributi storiografici pubblicati in questo volume hanno dunque fornito argomenti validi per controbattere le accuse da più parte rivolte all’epistemologia tommasiana, che più di ogni altra riconosce la validità e la solidità dei præambula fidei, di aver condizionato il pensiero teologico per secoli, ostacolando ulteriori progressi nell’ermeneutica del dogma. Ai teologi che sono intervenuti nel dibattito sui præambula fidei è sembrato necessario ribadire che la vera “questione seria” è l’integrità del messaggio evangelico, il quale non deve essere fatto oggetto di riduzionismi dettati da scelte metodologiche o teoretiche della filosofia. Infatti, nell’ambito della dottrina cristiana, «l’analisi filosofica, non si [deve] confonde[re] con il discorso propriamente teologico; a differenza della teologia, essa non assume epistemologicamente (come premesse epistemiche) la dottrina della Chiesa e la Scrittura come verità da credere, ma solo come enunciato da interpretare. Un filosofo può avere interesse a esaminare il contenuto noetico del dogma cristiano per stabilire quale sia la logica epistemica che lo sorregge; poi, se resta fedele al metodo proprio della filosofia, il filosofo si ferma lì, e dopo (o prima, ma comunque altrimenti) qualcuno può andare avanti assumendo le premesse proprie della teologia»[6]. Quello che deve interessare all’interpretazione teologica, in relazione con la scienza filosofica, è di valutare «ciò che può indurre l’uomo a credere»[7], a partire dagli stessi præambula fidei; al contempo, la teologia deve essere in grado di riconoscere che, mentre alcuni presupposti epistemici derivati dalla filosofia contribuiscono a dimostrare il carattere razionale della fede stessa, altri invece possono indurre a ritenerla del tutto priva di fondamento razionale, il che può portare, in diversa misura, ad alterare sostanzialmente l’Annuncio stesso. Il merito di Antonio Livi in quest’opera è proprio di essere riuscito a mostrare tutte queste “distinzioni formali” fra teologia e filosofia ricavandole dal lavoro collettivo di più specialisti.   Valentina Pelliccia Università Lateranense   [1] Cfr. A. Livi, Razionalità della fede nella Rivelazione. Un’analisi filosofica alal luce della logica aletica, Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2005.  [2] A. Livi (ed.), Premesse razionali della fede. Teologi e filosofi si confrontano sui “præambula fidei”, Lateran University Press, Città del Vaticano 2008.   [3] Tommaso d’Aquino, Summa theologiæ, I, q. 2, a. 2 [4] Su questo argomento si veda, dello stesso A. Livi,  Fideismo, Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2009.    [5] A. Livi,  «La proposta. La teologia non può fare a meno, oggi, di una nuova interpretazione filosofica della dottrina dei præambula fidei», in A. Livi,   (ed.), Premesse razionali della fede, p. 19.   [6] A. Livi,  «La proposta. La teologia non può fare a meno, oggi, di una nuova interpretazione filosofica della dottrina dei præambula fidei», in A. Livi,   (ed.), Premesse razionali della fede, p. 17. [7] Tommaso d’Aquino, Summa theologiæ, II-II, q. 2, a. 1, ad 1.

Read More

UN MANUALE PER L’USO DELLA FILOSOFIA IN TEOLOGIA

Posted by admin | Posted in RAGIONE E FEDE | Posted on 26-11-2009

2

Le Edizioni Studio Domenicano di Bologna hanno pubblicato un nuovo libro di Antonio Livi dedicato a illustrare il ruolo scientifico della filosofia nello studio della teologia:

 

 Filosofia e teologia

(Collana “Teologia ecclesiale”, n. 12/5, Esd, Bologna 2009, pp. 416)

 

La filosofia è riflessione scientifica sull’esperienza umana universale e con le sue risorse naturali può conoscere qualcosa di Dio a partire dalla conoscenza del mondo. La teologia, invece, è riflessione scientifica sulla fede: si costruisce in rapporto all’evento della rivelazione divina, presuppone la fede in Cristo e si fonda sui dogmi definiti dalla Chiesa.
Oggi la catechesi e l’evangelizzazione devono fare i conti con una cultura dominante che, intenzionalmente, confonde il discorso filosofico su Dio e la religione, da un lato, con il discorso teologico, dall’altro. Il presente trattato tenta di fornire gli strumenti epistemologici per superare questa confusione, fornendo un’accurata definizione della natura e del metodo della filosofia e di quelli della teologia.
Il trattato spiega anche come la teologia, per servire la verità soprannaturale rivelata da Dio, debba tener conto della verità razionale che può essere raggiunta dall’uomo con la filosofia, a condizione che questa abbia seguito correttamente il suo proprio metodo. Sulla scorta di questi precisi criteri epistemologici, vengono analizzati anche i più significativi esempi di feconda collaborazione tra filosofia e teologia nella storia del cristianesimo. Quindi vengono commentati dettagliatamente i documenti del Magistero sulla funzione ecclesiale della teologia e sul ruolo della filosofia nella ricerca teologica 

 

 

 

 

PRESENTAZIONE

di Mauro Gagliardi

 

 

Tra i messaggi che il Santo Padre Benedetto XVI sta lanciando alla Chiesa ed alla società contemporanee, spicca il richiamo costante al ritorno alla ragione. Lungi dall’essere una religione del libro, il cristianesimo è la religione della Parola, ossia la religione del divino Logos incarnato. La Ragione eterna, che sussiste in Dio, è il modello esemplare di ogni altro logos creato, che ad essa partecipa. La rivelazione cristiana, come mistero di luce che brilla nelle tenebre del mondo (cf. Gv 1,5.9; 3,19-21; 8,12; 9,5), offre all’uomo la via privilegiata per l’ingresso nella pienezza della verità, attraverso l’obbedienza della fede e l’uso corretto della ragione. Ne consegue che il cristianesimo – come ammoniva l’allora teologo e cardinale Joseph Ratzinger – è l’unica vera forma di illuminismo, proprio perché non restringe il campo dello spirito umano alla conoscenza di una parte della realtà, ma lo mantiene aperto alla totalità del reale, ivi compreso l’invisibile. La fede costituisce pertanto il migliore aiuto all’apertura ed all’esercizio della ragione umana e non una limitazione o una negazione di essa. Il tema della purificazione ed elevazione del logos dell’uomo, grazie al Logos divino presente nella fede, è uno dei temi portanti del magistero dell’attuale Pontefice. Basti citare l’enciclica Deus Caritas est, n. 28: «Senz’altro, la fede ha la sua specifica natura di incontro con il Dio vivente – un incontro che ci apre nuovi orizzonti molto al di là dell’ambito proprio della ragione. Ma al contempo essa è una forza purificatrice per la ragione stessa. Partendo dalla prospettiva di Dio, la libera dai suoi accecamenti e perciò l’aiuta ad essere meglio se stessa. La fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito e di vedere meglio ciò che le è proprio». La teologia, intesa come intellectus fidei, è così l’interlocutore privilegiato della filosofia. Queste due scienze posseggono un’intrinseca vocazione al rapporto mutuo. Non devo qui evidenziare né il fondamento né le modalità di regolazione di tale relazione tra filosofia e teologia: il lettore troverà tutto ciò nel testo che ha tra le mani. Mio compito è sottolineare l’organicità della proposta di mons. Antonio Livi, al quale chiesi, circa tre anni fa, di contribuire con un suo saggio alla nascente collana della Teologia Ecclesiale. Esprimo la mia gratitudine allo stimato Autore, per aver accettato la proposta di collaborazione, nonostante i molteplici impegni. Come pure lo ringrazio per le informazioni e le riflessioni da lui presentate con la chiarezza del docente esperto e la competenza dello studioso attento e dotto.

Antonio Livi prosegue la linea tracciata dal suo maestro di un tempo Étienne Gilson e, in accordo ad altri studiosi del calibro di Augusto Del Noce, ritiene che, per comprendere davvero il mondo, la filosofia deve individuare le radici storiche che rendono ragione delle convinzioni teoretiche e delle opzioni pratiche in esso esistenti. Ma egli va anche oltre e sviluppa un suo modo originale di percorrere la storia della filosofia moderna, traendo da essa la categoria del «senso comune», vero asse portante della riflessione di mons. Livi. I temi del senso comune e dei praeambula fidei percorrono questo libro, si può dire, quasi dall’inizio alla fine. Lo scopo è il recupero della razionalità umana all’interno del discorso sulla fede. L’alternativa consisterebbe nell’estremismo o del razionalismo o del fideismo: errori che, a detta del Nostro, segnano una consistente parte della teologia contemporanea, condizionata da una filosofia insufficiente. La Fides et ratio di Giovanni Paolo II, il Papa filosofo, è un filo conduttore cui mons. Livi si richiama di continuo, scorgendo nell’enciclica diversi punti di contatto con la sua proposta di una filosofia del senso comune e di quella che egli chiama la «logica aletica»; ma anche puntando l’indice sul centro del dramma della cultura moderna, segnato della separazione o reciproca indifferenza tra filosofia e teologia.

La passione per la conoscenza e per l’affermazione di ciò che è vero permeano quest’opera di Antonio Livi, come tutta la sua produzione scientifica e la sua docenza universitaria. Da qui derivano le prese di posizione schiette e determinate su diversi temi, e le critiche senza sconti che egli rivolge ad alcuni autori, tanto filosofi quanto teologi. Dall’alto della sua competenza e della sua vasta bibliografia, l’Autore può permettersi di parlare chiaro e di assumersi la responsabilità delle sue valutazioni e dei suoi giudizi. Noi dobbiamo essergli grati per questa «parresia», perché ai nostri giorni è divenuta particolarmente urgente simile chiarezza, che deriva dalla passione per la verità e anche, mi si permetta dirlo, dall’amore per la Chiesa. Credo anche che, in un manuale rivolto agli studenti del primo ciclo, questa franchezza intellettuale possa essere pedagogicamente rilevante, data l’odierna tendenza alla political correctness, che è penetrata non solo nella società ma anche nelle università, col prevalere del criterio politico su quello «aletico». Auguro pertanto ai giovani studenti, che iniziano il loro percorso di studi, una proficua lettura e un attento studio del volume.

 

***

 

Non posso esimermi, in seconda battuta, dal presentare brevemente anche la collana di manuali “Teologia Ecclesiale”, di cui il saggio su Filosofia e teologia di mons. Livi rappresenta il primo volume edito. La nascita di questa nuova collana di manuali è stata accompagnata da una serie di circostanze provvidenziali che qui non è necessario ripercorrere, ma anche da dubbi ed incertezze numerosi e diversi, e da un discernimento condotto nella preghiera, che ha mi convinto che dovevo impegnarmi in un’impresa ben al di sopra delle mie capacità e della mia esperienza. Non posso far altro che ringraziare di cuore la dott.ssa Antonia Salzano Acutis, Fondatrice delle Edizioni San Clemente, per avermi chiesto di ideare e di dirigere questa collana. Un sentito ringraziamento va anche a p. Giorgio Carbone, O.P., Direttore delle Edizioni Studio Domenicano, che coedita la collana. La “Teologia Ecclesiale” è una serie di manuali per lo studio della fede cattolica. I destinatari sono gli alunni di primo ciclo delle facoltà ed istituti teologici. L’enorme fatica e il lungo tempo che saranno necessari per sviluppare questa collana rappresentano un atto di carità intellettuale che i collaboratori offrono per i futuri presbiteri, per i consacrati e per i laici che si affacciano per la prima volta sul panorama della teologia cattolica. Per giudizio pressoché unanime, ai nostri giorni – data la specializzazione e frammentazione del sapere teologico – è divenuto praticamente impossibile che un solo autore possa comporre una summa theologica ben fatta. È però possibile che diversi autori, cultori di ambiti particolari degli studi ecclesiastici, convergano su alcuni punti essenziali, al di là di differenze su aspetti secondari. Gli autori della collana concordano sul fatto che la teologia è scienza della fede, e che la fede proviene dall’ascolto obbediente della parola di Cristo (cf. Rm 10,17), Logos fatto carne (cf. Gv 1,14): parola che precede le nostre attese e le nostre precomprensioni, invitandoci alla purificazione ed alla elevazione (non sopprimente) della natura nella grazia. La teologia è atto secondo, rispetto al momento primo della rivelazione soprannaturale di Dio all’uomo, che avviene attraverso i testimoni da lui costituiti. Ciò implica che una teologia senza Chiesa sia impossibile. Nel 1990, la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò l’istruzione Donum Veritatis, il cui sottotitolo recitava: «Sulla vocazione ecclesiale del teologo». Il teologo che si pone fuori della Chiesa o, peggio, contro di essa, semplicemente cessa di essere teologo e di fare teologia, nonostante la sua erudizione possa essere invidiabile, le sue pubblicazioni ponderose e la sua fama altisonante. Non c’è teologia senza sentire cum Ecclesia. E il sentire con la Chiesa è possibile solo se si è in sintonia con l’insegnamento del Magistero, che «piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone» il deposito della fede costituito «dalla Sacra Tradizione e dalla Sacra Scrittura» (cf. Concilio Vaticano II, Dei Verbum, n. 10). La “Teologia Ecclesiale” è una collana che vuole aiutare gli studenti a muovere correttamente i primi passi nella comprensione e sistematizzazione razionale della fede cattolica. Non si tratta di manuali per lo studio della teologia cattolica, bensì di manuali per lo studio della fede cattolica: proprio per questo sono manuali di teologia cattolica.

 

 

Roma, 19 marzo 2009

 

 

Livi_Filosofia_e_Teologia

Comments (2)

Si avverte molto il bisogno oggi, lo dico da docente di filosofia e da teologo, di una vera filosofia, che apra la mente e il cuore alla ricerca teologica. Grazie a don Antonio Livi e questa iniziativa e sopratutto per il grande lavoro che da tanto tempo svolge in questa direzione.

Mi piacerebbe avere qualche notizia e anche il suo recapito per poterle scrivere qualcosa di personale. Ogni sacerdote che sia docente di filosofia e di teologia, indipendenemente dalal stima che ha per me, mi interessa molto, in nome della fraternità sacerdotale e dell’unico scopo che tutti noi abbiamo: far conoscere Gesù, nostro Salvatore.

Write a comment