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UN MANUALE PER L’USO DELLA FILOSOFIA IN TEOLOGIA

Le Edizioni Studio Domenicano di Bologna hanno pubblicato un nuovo libro di Antonio Livi dedicato a illustrare il ruolo scientifico della filosofia nello studio della teologia:    Filosofia e teologia (Collana “Teologia ecclesiale”, n. 12/5, Esd, Bologna 2009, pp. 416)   La filosofia è riflessione scientifica sull’esperienza umana universale e con le sue risorse naturali può conoscere qualcosa di Dio a partire dalla conoscenza del mondo. La teologia, invece, è riflessione scientifica sulla fede: si costruisce in rapporto all’evento della rivelazione divina, presuppone la fede in Cristo e si fonda sui dogmi definiti dalla Chiesa. Oggi la catechesi e l’evangelizzazione devono fare i conti con una cultura dominante che, intenzionalmente, confonde il discorso filosofico su Dio e la religione, da un lato, con il discorso teologico, dall’altro. Il presente trattato tenta di fornire gli strumenti epistemologici per superare questa confusione, fornendo un’accurata definizione della natura e del metodo della filosofia e di quelli della teologia. Il trattato spiega anche come la teologia, per servire la verità soprannaturale rivelata da Dio, debba tener conto della verità razionale che può essere raggiunta dall’uomo con la filosofia, a condizione che questa abbia seguito correttamente il suo proprio metodo. Sulla scorta di questi precisi criteri epistemologici, vengono analizzati anche i più significativi esempi di feconda collaborazione tra filosofia e teologia nella storia del cristianesimo. Quindi vengono commentati dettagliatamente i documenti del Magistero sulla funzione ecclesiale della teologia e sul ruolo della filosofia nella ricerca teologica          PRESENTAZIONE di Mauro Gagliardi     Tra i messaggi che il Santo Padre Benedetto XVI sta lanciando alla Chiesa ed alla società contemporanee, spicca il richiamo costante al ritorno alla ragione. Lungi dall’essere una religione del libro, il cristianesimo è la religione della Parola, ossia la religione del divino Logos incarnato. La Ragione eterna, che sussiste in Dio, è il modello esemplare di ogni altro logos creato, che ad essa partecipa. La rivelazione cristiana, come mistero di luce che brilla nelle tenebre del mondo (cf. Gv 1,5.9; 3,19-21; 8,12; 9,5), offre all’uomo la via privilegiata per l’ingresso nella pienezza della verità, attraverso l’obbedienza della fede e l’uso corretto della ragione. Ne consegue che il cristianesimo – come ammoniva l’allora teologo e cardinale Joseph Ratzinger – è l’unica vera forma di illuminismo, proprio perché non restringe il campo dello spirito umano alla conoscenza di una parte della realtà, ma lo mantiene aperto alla totalità del reale, ivi compreso l’invisibile. La fede costituisce pertanto il migliore aiuto all’apertura ed all’esercizio della ragione umana e non una limitazione o una negazione di essa. Il tema della purificazione ed elevazione del logos dell’uomo, grazie al Logos divino presente nella fede, è uno dei temi portanti del magistero dell’attuale Pontefice. Basti citare l’enciclica Deus Caritas est, n. 28: «Senz’altro, la fede ha la sua specifica natura di incontro con il Dio vivente – un incontro che ci apre nuovi orizzonti molto al di là dell’ambito proprio della ragione. Ma al contempo essa è una forza purificatrice per la ragione stessa. Partendo dalla prospettiva di Dio, la libera dai suoi accecamenti e perciò l’aiuta ad essere meglio se stessa. La fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito e di vedere meglio ciò che le è proprio». La teologia, intesa come intellectus fidei, è così l’interlocutore privilegiato della filosofia. Queste due scienze posseggono un’intrinseca vocazione al rapporto mutuo. Non devo qui evidenziare né il fondamento né le modalità di regolazione di tale relazione tra filosofia e teologia: il lettore troverà tutto ciò nel testo che ha tra le mani. Mio compito è sottolineare l’organicità della proposta di mons. Antonio Livi, al quale chiesi, circa tre anni fa, di contribuire con un suo saggio alla nascente collana della Teologia Ecclesiale. Esprimo la mia gratitudine allo stimato Autore, per aver accettato la proposta di collaborazione, nonostante i molteplici impegni. Come pure lo ringrazio per le informazioni e le riflessioni da lui presentate con la chiarezza del docente esperto e la competenza dello studioso attento e dotto. Antonio Livi prosegue la linea tracciata dal suo maestro di un tempo Étienne Gilson e, in accordo ad altri studiosi del calibro di Augusto Del Noce, ritiene che, per comprendere davvero il mondo, la filosofia deve individuare le radici storiche che rendono ragione delle convinzioni teoretiche e delle opzioni pratiche in esso esistenti. Ma egli va anche oltre e sviluppa un suo modo originale di percorrere la storia della filosofia moderna, traendo da essa la categoria del «senso comune», vero asse portante della riflessione di mons. Livi. I temi del senso comune e dei praeambula fidei percorrono questo libro, si può dire, quasi dall’inizio alla fine. Lo scopo è il recupero della razionalità umana all’interno del discorso sulla fede. L’alternativa consisterebbe nell’estremismo o del razionalismo o del fideismo: errori che, a detta del Nostro, segnano una consistente parte della teologia contemporanea, condizionata da una filosofia insufficiente. La Fides et ratio di Giovanni Paolo II, il Papa filosofo, è un filo conduttore cui mons. Livi si richiama di continuo, scorgendo nell’enciclica diversi punti di contatto con la sua proposta di una filosofia del senso comune e di quella che egli chiama la «logica aletica»; ma anche puntando l’indice sul centro del dramma della cultura moderna, segnato della separazione o reciproca indifferenza tra filosofia e teologia. La passione per la conoscenza e per l’affermazione di ciò che è vero permeano quest’opera di Antonio Livi, come tutta la sua produzione scientifica e la sua docenza universitaria. Da qui derivano le prese di posizione schiette e determinate su diversi temi, e le critiche senza sconti che egli rivolge ad alcuni autori, tanto filosofi quanto teologi. Dall’alto della sua competenza e della sua vasta bibliografia, l’Autore può permettersi di parlare chiaro e di assumersi la responsabilità delle sue valutazioni e dei suoi giudizi. Noi dobbiamo essergli grati per questa «parresia», perché ai nostri giorni è divenuta particolarmente urgente simile chiarezza, che deriva dalla passione per la verità e anche, mi si permetta dirlo, dall’amore per la Chiesa. Credo anche che, in un manuale rivolto agli studenti del primo ciclo, questa franchezza intellettuale possa essere pedagogicamente rilevante, data l’odierna tendenza alla political correctness, che è penetrata non solo nella società ma anche nelle università, col prevalere del criterio politico su quello «aletico». Auguro pertanto ai giovani studenti, che iniziano il loro percorso di studi, una proficua lettura e un attento studio del volume.   ***   Non posso esimermi, in seconda battuta, dal presentare brevemente anche la collana di manuali “Teologia Ecclesiale”, di cui il saggio su Filosofia e teologia di mons. Livi rappresenta il primo volume edito. La nascita di questa nuova collana di manuali è stata accompagnata da una serie di circostanze provvidenziali che qui non è necessario ripercorrere, ma anche da dubbi ed incertezze numerosi e diversi, e da un discernimento condotto nella preghiera, che ha mi convinto che dovevo impegnarmi in un’impresa ben al di sopra delle mie capacità e della mia esperienza. Non posso far altro che ringraziare di cuore la dott.ssa Antonia Salzano Acutis, Fondatrice delle Edizioni San Clemente, per avermi chiesto di ideare e di dirigere questa collana. Un sentito ringraziamento va anche a p. Giorgio Carbone, O.P., Direttore delle Edizioni Studio Domenicano, che coedita la collana. La “Teologia Ecclesiale” è una serie di manuali per lo studio della fede cattolica. I destinatari sono gli alunni di primo ciclo delle facoltà ed istituti teologici. L’enorme fatica e il lungo tempo che saranno necessari per sviluppare questa collana rappresentano un atto di carità intellettuale che i collaboratori offrono per i futuri presbiteri, per i consacrati e per i laici che si affacciano per la prima volta sul panorama della teologia cattolica. Per giudizio pressoché unanime, ai nostri giorni – data la specializzazione e frammentazione del sapere teologico – è divenuto praticamente impossibile che un solo autore possa comporre una summa theologica ben fatta. È però possibile che diversi autori, cultori di ambiti particolari degli studi ecclesiastici, convergano su alcuni punti essenziali, al di là di differenze su aspetti secondari. Gli autori della collana concordano sul fatto che la teologia è scienza della fede, e che la fede proviene dall’ascolto obbediente della parola di Cristo (cf. Rm 10,17), Logos fatto carne (cf. Gv 1,14): parola che precede le nostre attese e le nostre precomprensioni, invitandoci alla purificazione ed alla elevazione (non sopprimente) della natura nella grazia. La teologia è atto secondo, rispetto al momento primo della rivelazione soprannaturale di Dio all’uomo, che avviene attraverso i testimoni da lui costituiti. Ciò implica che una teologia senza Chiesa sia impossibile. Nel 1990, la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò l’istruzione Donum Veritatis, il cui sottotitolo recitava: «Sulla vocazione ecclesiale del teologo». Il teologo che si pone fuori della Chiesa o, peggio, contro di essa, semplicemente cessa di essere teologo e di fare teologia, nonostante la sua erudizione possa essere invidiabile, le sue pubblicazioni ponderose e la sua fama altisonante. Non c’è teologia senza sentire cum Ecclesia. E il sentire con la Chiesa è possibile solo se si è in sintonia con l’insegnamento del Magistero, che «piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone» il deposito della fede costituito «dalla Sacra Tradizione e dalla Sacra Scrittura» (cf. Concilio Vaticano II, Dei Verbum, n. 10). La “Teologia Ecclesiale” è una collana che vuole aiutare gli studenti a muovere correttamente i primi passi nella comprensione e sistematizzazione razionale della fede cattolica. Non si tratta di manuali per lo studio della teologia cattolica, bensì di manuali per lo studio della fede cattolica: proprio per questo sono manuali di teologia cattolica.     Roma, 19 marzo 2009    

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PROBLEMI DELLA FEDE CRISTIANA IN RAPPORTO ALLA CULTURA DI OGGI

Posted by admin | Posted in discussione di alcune idee | Posted on 03-11-2009

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 FE, CATEQUESIS Y EVANGELIZACION EN EL MUNDO DE HOY

por Antonio Livi

 

por Antonio Livi

 

Los que se dedican por vocación cristiana – simples seglares o ministros sagrados -  a la obra necesarísima de la evangelización (no hay obra más necesaria para los que creen en Jesucristo) tienen que conocer lo mejor posible las condiciones reales de las personas a las que se dirigen. Toda evangelización se dirige, en efecto, tanto a los que son ya cristianos como a los que todavía no lo son; en el primer caso se habla de “catequesis”, y en el segundo caso de “diálogo con los no creyentes,” pero siempre se trata de hablar a todos del Evangelio, o sea de la Revelación de Jesucristo, que perfecciona en modo definitivo y para siempre la revelación inicial de los Profetas de Israel. La respuesta de cada alma a la Revelación de Jesucristo se llama “fe”, y es la fe lo que nos obtiene la salvación y nos hace pertenecer a la Iglesia, en donde se encuentran el perdón de los pecados y los medios para llegar a la santidad.

 

1. Ahora bien, la fe es al mismo tiempo lo más necesario y lo más difícil para todos: necesario para todos, porque, según dijo claramente el Señor, «quien no creerá y no se bautizará será condenado», mientras «quien creerá y se bautizará será salvado»; al mismo tiempo difícil, porque la fe lleva consigo la conversión («¡Convertíos y creed en el Evangelio!»), y la conversión es algo oneroso, algo que resulta -para todos y por toda la vida- sumamente comprometedor. Quiero decir que la fe supone un compromiso perenne y arduo, no sólo para quienes están llamados a creer en el Evangelio después que oyeron su anuncio, sino también para quienes ya creyeron desde el comienzo (el comienzo de su vida, si hablamos de individuos, y el comienzo de su historia, si hablamos de naciones), porque éstos también tienen que seguir confirmando y asegurando por toda su vida, hasta el final, su plena sincera aceptación de la Palabra de Dios. Y por toda la vida esta fe hay que alimentarla, defenderla y acrecentarla, en un mundo que no la favorece nunca, sino que más bien la amenaza en muchos modos diferentes. Y, como si no bastara la amenaza exterior, también hay que contar con la debílidad del alma humana, que se resiste a la accion de Dios, y con la labor oculta del Enemigo, que «fue enemigo del la vida desde el comienzo«. Jesucristo lo advirtio claramente, cuando puso en guardia a sus discípulos ante la siembra de la cizaña en el campo del Señor (la Iglesia), en donde Jesucristo había echado la buena semilla del Evangelio. Así que dificultades internas (dudas, debílidades, miedo a comprometerse plenamente con las exigencias del cristiano) y dificultades externas (las herejías, que siempre hubo y desgraciadamente siempre habrá en la Iglesia, y además el ambiente social indiferente o hostil a la fe cristiana) hacen que la fe no sea nunca una conquista asegurada y estable, sino que hay que reconfirmarla o recuperarlo continuamente: cosa que muchos cristianos no logran hacer, como lo previó el Señor cuando dijo: «Pero el Hijo del Hombre, al volver, ¿encontrará aún fe en la tierra?»

 

Todo cual hace ver la necesidad de una catequesis continua al interior de la Iglesia, o sea una evangelización que se dirige antes que nada a los mismos cristianos, para que su fe no desfallezca nunca, sino que al contrario se acreciente y se haga madura, capaz de dirigir la vida personal y social en la dirección fijada por el Evangelio. Esta evangelización permanente –que en algunos ámbitos eclesiales se ha llamado “formación permanente”-  no difiere sustancialmente de la evangelización dirigida a “los de afuera”, o sea a los no cristianos: en efecto, uno sólo es el mensaje del Evangelio que hay que proponer, tanto a los que aún no creen como a los que ya  creyeron; y uno sólo es el modo de proponer este mensaje, o sea el testimonio de la propria vida, la fidelidad al carácter eclesial del “depositum fidei” (que es la fe de la Iglesia, con su magisterio infalible) y el uso apropriado de los “argumentos de credibílidad”.

 

2. Este último punto es que hoy merece ser particularmente destacado. Porque la racionalidad de la fe, tan claramente reafirmada por el papa Juan Pablo II en su encíclica Fides et ratio, no puede proponerse a los destinatarios de la evangelización si no se conocen a fondo sus “pre-juicios”, es decir sus convicciones enraigadas (individuales y colectivas) que pueden favorecer o obstaculizar la comprensión del Evangelio y sus “motivos de credibílidad”, o sea su racionalidad.

Los “pre-juicios”, como ha exhaustivamente explicado un filosofo contemporáneo, quizá el más conocido rapresentante de la escuela “hermenéutica”, no son siempre negativos, sino que pueden ser positivos y ayudar la comprensión y la recta interpretación de un mensaje; en todo caso, nunca nadie está exento de prejuicios, y por tanto hay que contar con ellos; se trata de la tesis mas caracteristica de Hans–Georg Gadamer, en su obra de 1960, Wahrheit und Methode (Verdad y método). Vamos, pues, a ver qué tipos de prejuicios, son los que dominan nuestra sociedad actual a la hora de recíbir el mensaje del Evangelio, sea el que fuera el medio de comunicación: tanto los discursos del Papa difundidos por la televisión en casi todo el mundo, como la pastoral juvenil de los asistentes eclesiásticos de asociaciones católicas, o también el apostolado personal de los laicos en su ambiente profesional, con colegas de trabajo y amigos. Siempre, cualquiera que sea la forma de comunicación del mensaje de la fe, nos encontramos con pre-juicios que necesitamos conocer bien: porque se puede hacer hincapié en ellos, si son prejuicios positivos (y en este caso pertenecen al género de verdades que Santo Tomás de Aquino llamaba “praeambula fidei”); y en cambio, hay que enfrentarse con ellos y eliminarlos, si son prejuicios negativos, o sea falsedades que impiden aceptar la verdad revelada en toda su entereza. Pues, hoy día los prejuicios más difundidos en un ambiente cultural en el que nos movemos (el ambiente que se podía llamar hace unos años “occidental”, pero que ahora, con la “globalización”, es igual en todas partes, al menos en el nivel de las clases sociales aculturizadas) se pueden reducir a la ideología del pragmatismo. Por supuesto, el pragmatismo –que, como ahora diré, supone un formidable obstáculo a la evangelización– no domina la cultura hasta el punto de sofocar completamente otros prejuicios positivos, que radican en el “sentido común” de todos los hombres y han sido desarrollados por tantas formas culturales conformes a la recta razón (religiones naturales, filosofías, tradiciones populares, etc). Pero ahora quiero detenerme en el aspecto negativo, que interesa detectar y evaluar como merece, siendo como es un gran obstáculo para que muchos no – creyentes lleguen a la fe cristiana, y muchos cristianos logran mantenerse en la misma fe y actuar de forma coherente con ella.

 

3. Por “pragmatismo” se entiende la ideología que obsolutiza el valor pragmático de las convicciones acerca de la moral, la política y la religión. Todos reconocen que las doctrinas morales, políticas y religiosas tienen un influjo directo en la vida práctica, y llevan a determinadas consecuencias fácticas: pero lo proprio del pragmatismo es dar peso solo a estas consecuencias prácticas, postergando o ignorando del todo el valor veritativo de estas convicciones. Para los que tienen una mentalidad pragmatística, la pregunta que en seguida se hace es la siguiente: esta doctrina, esta convicción, ¿a qué lleva? ¿para qué sirve?; resulta útil para la paz entre los grupos sociales o más bien fomenta la guerra? ¿hace progresar la economía nacional y global, o más bien la frena? ¿reconfirma la estrategia mundial de la actual clase dirigente de la sociedad globalizada, o más bien la pone en tela de juicio y le resta consenso público?

 

Un claro ejemplo de esta ideología es, en la historia del pensamiento filosófico occidental, la teoría de la verdad propuesta por William James, filósofo norteamericano de la primera mitad del siglo XX, autor de la obra que lleva como título The Will to Believe (La voluntad de creer). Este filósofo sostuvo la tesis del valor pragmático de la religión cristiana, que estaba en el origen mismo de Estados Unidos (los “Founding Fathers”) y servía para la cohesión y el sentido de solidaridad social de los americanos. La fe cristiana es “verdadera” –decía William James– porque es “útil” políticamente. Lo ambiguo y dudoso de esta postura resulta ahora muy evidente, pasados los años, porque en los mismos Estados Unidos ya no se considera el cristianismo algo provechoso para la democracia, sino que más  bien se piensa que la democracia debe fundarse en un libre consenso de la mayoria, que continuamente va cambiando y que necesita estar desvinculado de todo “dogma” ético conectado con creencias religiosas. Las creencias religiosas –entre las que los americanos ponen hoy, en el mismo plano, cristianismo, New Age e  e islam- sólo pueden servir para el ámbito privado: en el ámbito publico no sirven, sino que mas bien pueden presentarse como “fundamentalismos”, y ser por tanto origen de intolerancia y conflictos.

En todo caso, ya sea que los prejuicios corrientes sean contrarios al cristianismo, ya sea que aparezcan como favorables, si se trata de prejuicios de tipo pragmatista nunca son una premisa válida para entablar un diálogo constructivo acerca de la fe en la palabra de Dios. El motivo es que la revelación cristiana no puede aceptarse sino como algo verdadero: absoluta y totalmente verdadero. El sentido inmediato y esencial de la revelación es justamente proporcionar al hombre la unica verdad que salva: no es que creer es provechoso para “otras finalidades”, sino que es necesario para la salvación del alma y la felicidad eterna, es decir, para lo único que cuenta. Es cierto que la revelación cristiana tiene un  carácter “pragmático”, en el sentido que es una interven ción sobrenatural de Dios para llevar al hombre a su fin; es cierto que Jesucristo ha dicho de si mismo: «Yo soy il camino, la verdad y la vida». Pero eso no justifica – más bien lo excluye- que se acepte o se rechace la fe cristiana según parezca útil o perjudicial a uno u otro fin inmediato de carácter temporal.

 

4. Un sano espíritu crítico nos llevará pues a reconocer que el pragmatismo expresa de mala manera una verdad parcial, y que y su error estriba justamente en considerarla como verdad total. Es cierto que el conocimiento humano sirve para la vida, y que toda ciencia tiene una finalidad práctica, o al menos existencial. Pero la ciencia de la salvación, la ciencia religiosa, no puede servir a un fin cualquiera sino sólo al último fin, al fin supremo que es también el valor supremo. No se puede concebir una verdad religiosa como supeditada a fines que falsamente (absurdamente) algunos consideran más importantes. Recuérdense las palabras claras de Jesucristo: «¿Qué aprovecha al hombre ganar hasta el mundo entero, si luego pierde su alma? Y, ¿qué dará el hombre en cambio de sul alma?».

Y que nadie diga que así pasamos de una cuestión práctica, concreta, a una teórica, abstracta. No es verdad, porque toda ideología pretende ser una verdad toeórica, aún cuando se profesa “pragmatista” y desprecia la filosofía, la teología y toda profesión de fe en una verdad absoluta. Basta reflexionar: ¿qué es lo que hace que un pragmatista lo supedite todo a la utilidad política? El haber concedido a esta finalidad –el orden político escogido como ideal de convivencia humana- el carácter de último fin, la categoría de bien supremo. Y esta elección es necesariamente de tipo filosófico, y hasta teológico: por supuesto, de mala filosofía y de peor teología, pero dentro de este ámbito.

 

           

 

 

            La falacia de la retórica pragmatista está justamente en eso: que se quiere hacer pasar por “actitud práctica” lo que en realidad no es más que una opción teórica. Porque de una opción teórica nadie escapa, pero muchos intentan disfrazar su propia opción, para poder presentarse  como intelectuales modernos, que han aprendido la lección de Kant (”non es posible una metafísica como ciencia”), del neopositivismo de Rudolf Carnap (”todo discurso que no tenga una inmediata referencia sensible non tiene sentido alguno”) y del escepticismo de Richard Rorty (”la búsqueda de un fundamento de la verdad no tiene ningún fundamento”). Pero no hay que dejarse engañar: hay que conocer bien, directamente, la historia el pensamiento filosófico de los últimos dos siglos, que no es absolutamente como ellos la cuentan. La filosofía moderna y contemporánea no es toda escéptica y empirista (hay muchos metafísicos también entre los filósofos modernos y contemporáneos: desde Giambattisa Vico hasta Antonio Rosmini y Vladimir Soloviov,  desde Henri Bergson hasta Josef Pieper, Xavier Zubiri y Luigi Pareyson, por decir sólo unos cuantos); y, aunque lo fuera, la evangelización no se dirige esencialmente a la cultura de las élites intelectuales, sino que se dirige a todo el mundo – incluídos los mismos intelectuales- haciendo hincapié en lo que todo el mujndo sabe y vive dentro su alma. Es el llamado “sentido común”[1], al que hacer referencia explícitamente (aún sin llamarle con ese nombre técnico) el papa Juan Pablo II en su encíclica Fides et ratio[2]. Pero, para llegar al corzón de la gente, para utilizar los resortes del sentido común, hace fala tener una buena formación doctrinal, incluso filosófica: sólo así será posible detectar y superar las falacias de las ideologías que se oponen al Evangelio en la sociedad  actual globalizada.

 

                                                                                  Antonio Livi

 

 


[1] El tema ha sido desarrolado en mi libro Filosofia del senso comune, del que hay traducción en castellano: Crítica del sentido común (Ediciones Rialp, Madrid 1997).

[2] Véase mi artículo en una revista mexicana de filosofía: “Tópicos”, vol. 13, 2001, pp.

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