Featured Post

DIALOGHI SU RAGIONE E FEDE

DIALOGHI FILOSOFICI SU RAGIONE E FEDE     Il dottor Francesco Arzillo, autore del saggio Esperienza giuridica e senso comune (Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2009), mi scrive (06/11/2009): Caro professore,   le seguenti parole dall’ultimo scritto del card. Ruini, che esce come editoriale di Vita e Pensiero, anche se forse interpretabili in bonam partem come riferite all’uomo concreto peccatore, mi hanno causato un po’ di dispiacere:   “…è sostanzialmente fallito il tentativo di dimostrare la verità delle premesse del cristianesimo mediante una ragione rigorosamente indipendente dalla fede: la questione di Dio infatti, come quella dell’uomo, riguarda e coinvolge inevitabilmente noi stessi, il senso e la direzione della nostra vita, e pertanto, pur richiedendo tutto il rigore e le capacità critiche della nostra intelligenza, non può essere decisa indipendentemente dalle scelte secondo le quali indirizziamo la nostra esistenza”   Rispondo: Caro dottor Arzillo, questa frase che Lei riporta, il cardinale Camillo Ruini l’ha ripetuta testualmente molte volte negli ultimi dieci anni. In essa rilevo purtroppo la consueta, deprecabile confusione novecentesca sui rapporti tra ragione e fede; il cardinale parla infatti dell’impossibilità di accettare le proposte fatte in nome di una «ragione rigorosamente indipendente dalla fede», quando tale ragione, che sarebbe o che si vorrebbe presentare come indipendente) non esiste: la ragione in astratto non esiste e quindi non è né dipendente né indipendente da alcunché; esiste la ragione in concreto come facoltà di una persona, e nell’unità della persona (soggetto responsabile) tutte le manifestazioni della vita si unificano.  Come atti della ragione, esistono ragioni in concreto, ossia ragionamenti e conclusioni dei ragionamenti (entia rationis) che – presi ciascuno singolarmente – possono essere dipendenti o non dipendenti da altri ragionamenti o da altre evidenze immediate. Ora, un ragionamento che ha come premessa prima la verità di fede è teologia, mentre un ragionamento che ha come premessa prima l’esperienza comune è filosofia. La filosofia, anche quella di un cristiano, altro non è che un insieme di proposizioni la cui verità dovrà essere dimostrata senza far ricorso ai dogmi della fede. La fede, a sua volta, non può non avere delle premesse, perché il credere alla testimonianza degli Apostoli e ultimamente di Cristo richiede di avere delle certezze previe, sia di tipo empirico che di tipo metafisico. L’analisi logica dell’atto di fede che porta ad affermare l’esistenza di queste premesse è un lavoro assolutamente razionale, che – se compreso – può e deve essere accettato da tutti. Il fatto poi che io (in concreto) abbia un interesse religioso, apologetico, teologico nel fare questo lavoro filosofico non toglie che sia un lavoro la cui validità aletica (giustificazione epistemica) è indipendente dall’atto di fede che io faccio. Se tutto comincia dalla fede e la fede non comincia da nulla, non c’è ragionevolezza alcuna. Bisogna assicurare la verità razionalmente dimostrabile delle premesse della fede. Solo così – dice anche la Fides et ratio – si può dialogare con chi non ha la fede ma potrebbe aprirsi alla possibilità di ascoltare l’annuncio e magari crederci. In un’altra comunicazione, il dott. Arzillo, aderendo all’Unione apostolica “Fides et ratio”, scrive: Occorre allora recuperare verità dimenticate, delle quali dò solo qualche esempio, sapendo bene, con lei, di sfondare una porta aperta: il valore realistico della verità, il valore intellettuale-concettuale della conoscenza di fede, il valore sacrificale, espiativo e soddisfattorio della redenzione, la natura e le conseguenze del peccato originale, la congiunzione della giustizia e della misericordia divine, gli attributi divini dell’impassibilità e dell’immutabilità, la distinzione fra natura e grazia, la predestinazione, l’esistenza di dannati nell’inferno, la possibilità di perdere la grazia col peccato mortale, l’esistenza dei miracoli e delle profezie, il dovere di lavorare per la conversione dei non-cattolici al cattolicesimo.

Read More

IL SENSO COMUNE E LA LOGICA ALETICA

Posted by admin | Posted in recensioni di libri | Posted on 03-07-2009

0

Un commento di Flavia Silli (Università Lateranense) al saggio di Antonio Livi: Senso comune e logica aletica, Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2005, pp. 188.

 

È importante domandarsi perché nel periodo definito post-moderno ci si trova a fare i conti con un “pensiero debole” che sembra sempre più incapace di affermare qualcosa, di costruire un sistema. Questo ultimo volume di Antonio Livi offre un’approfondita analisi delle ragioni di questa crisi e propone una nuova prospettiva filosofica che si configura come “pensiero forte”. La sua costruttività si misura sulla chiarezza argomentativa e sul rigore con cui viene radicata nella tradizione speculativa occidentale la filosofia del senso comune. Nel primo capitolo, ad esempio, l’autore  ripercorre la storia del senso comune esaminandone le diverse accezioni. Il carattere affermativo (mai dogmatico) dell’opera si coniuga con una costante disponibilità al confronto, in particolare con alcuni orientamenti di pensiero più recenti, come l’ermeneutica e la filosofia analitica.

Ma cosa s’intende qui per senso comune? Non bisogna pensare al significato che questo termine assume nel linguaggio ordinario: buon senso o modo di ragionare spontaneo di tutti gli uomini. Senso comune in filosofia ha valore epistemico: è “l’insieme – come spiega l’autore – di quelle certezze primarie ed empiriche, assolutamente indubitabili e presenti nella coscienza di tutti che è il criterio di base della verità di ogni giudizio”. Un discorso coraggioso e impopolare, quello sulla verità logica, che corre come un filo rosso lungo tutta l’opera, a fondamento di un percorso conoscitivo che ha a cuore l’ordine e la “criteriologia” per discernere. Questo itinerario – come suggerisce la seconda parola del titolo – è proprio la logica aletica, che si configura come ricerca filosofica sulla verità del pensiero. Diversamente dalla logica formale, essa non si occupa di analizzare tecnicamente il modo di formulare giudizi, ma rintraccia le condizioni di possibilità per la formulazione degli stessi, perchè è nel giudizio che “abita” la verità. Ecco dunque svelato il nesso che lega il senso comune alla logica aletica: il primo, in quanto complesso organico di certezze empiriche primarie che fondano la verità di ogni discorso, si configura come presupposto del pensiero, che può essere solo riconosciuto fenomenologicamente e non deduttivamente. La logica aletica a sua volta, si identifica con la filosofia del senso comune che, in quanto sapere dimostrativo, non pone ma riconosce la verità.

La riflessione filosofica quindi, “lavora” su un materiale già dato, su qualcosa che le è anteriore non solo dal punto di vista temporale, ma anche da quello ontologico. Già Aristotele aveva parlato di “primi principi” o di un punto di partenza della filosofia, e lo aveva individuato nell’esperienza. Le certezze empiriche del senso comune, colte intuitivamente, in modo immediato sono i cinque giudizi del senso comune o giudizi di esistenza. Sarebbe quantomeno “ozioso” dimostrare che c’è un mondo di cose in movimento (primum cognitum) e che ci sono io che le apprendo. Eppure c’è chi nella modernità li ha “epochizzati” o addirittura messi in dubbio: «Prima che Descartes, con il suo volo dubitare de omnibus – ricorda Antonio Livi – negasse esplicitamente e programmaticamente che l’esistenza delle cose fosse una verità incontrovertibile, nessun filosofo aveva avvertito la necessità di dimostrare che esiste un mondo di cose» (p.  ). È stato proprio il dubbio iperbolico di Cartesio ad aprire la breccia alla deriva immanentistica e soggettivistica del pensiero moderno, con ripercussioni evidenti sul fondamento aletico del sapere. Non esiste alcuna conoscenza mediata senza una conoscenza immediata (senso comune). Risale al razionalista francese l’assolutizzazione di quella che la filosofia classica considerava una “conoscenza mediata”: la svolta cartesiana consiste proprio nell’identificazione del presupposto immediato con il cogito.

Coraggiosa, nel saggio, anche la proposta di riabilitare il realismo gnoseologico in base all’evidenza che la “filosofia del mondo” non esclude la dimensione della soggettività e dell’interiorità, ma le riconosce semmai correlate alla pluralità degli enti. La filosofia egemone, che da secoli è quella immanentista (filosofia del pensiero), privilegiando il concetto rispetto alle cose, non solo ha squalificato il giudizio di esistenza, ma ha compromesso gravemente il rapporto tra il pensiero e qualcosa di altro da sé o di anteriore a sé.

Senso comune e logica aletica: due termini che si richiamano tra loro e che richiamano anche il significato originario della parola φιλο-σοφία: amore per la conoscenza, un’inclinazione che non può non presupporre l’esistenza di qualcosa da conoscere. Il riconoscimento che all’attività conoscitiva preesiste ciò che si può conoscere, è suggerito dall’identità originaria della filosofia. Per questa ragione fondare la ricerca speculativa sul senso comune non va considerato come un approccio “ingenuo” al problema della conoscenza ma come la premessa indispensabile per filo-sofare. L’autore sottolinea come gli stessi promotori dell’ermeneutica abbiano approfondito il tema dell’ “inizio”, che tocca da vicino tutti coloro che vogliono intraprendere un percorso filosofico.    

Nel saggio non viene negata la problematizzazione globale dell’esperienza umana, ma si contesta la problematizzazione del punto di partenza, della verità iniziale (che è il senso comune). La “nevrosi” della post-modernità consiste proprio nella negazione di un sapere fondazionale e, paradossalmente, nel depotenziamento di quella stessa razionalità che era stata assolutizzata dal trascendentalismo moderno.

Interessante, nel secondo capitolo, l’affermazione che non solo la conoscenza è all’origine del linguaggio ma che esso, pur essendo “costitutivo della natura umana”, di per sé non è necessario perché il pensiero si dia. Evidente contrapposizione a Gianni Vattimo e al rapporto che il filosofo torinese istituisce tra i due termini: per lui l’uomo si apre al mondo tramite il linguaggio che parla, da cui deriva il pensiero. In ultima analisi per Vattimo è il linguaggio a determinare la visione del mondo e l’accesso categoriale alla realtà. La messa a fuoco di questa estrema propaggine dell’immanentismo moderno, rappresentata dal dissolvimento di una verità certa, pilastro del conoscere, consente di far risaltare ancora una volta la costruttività della filosofia del senso comune.

Numerose le prospettive aperte da questo saggio in relazione al dibattito filosofico attuale. Di particolare rilevanza, l’obiezione scientificamente argomentata, all’intellettualismo che pervade gli “idolatri del pensiero”: chi non riconosce un presupposto di natura pre-filosofica a fondamento dell’attività speculativa e delle scienze, inclina quasi sempre verso l’assolutizzazione del potere veritativo della filosofia. Quest’ultima per i realisti, assertori del senso comune, svolge una funzione epistemica di primaria importanza ma non coincide mai con la verità. L’anteriorità ontologica delle cose sull’attività conoscitiva lascia spazio al mistero naturale insito nella pluralità innumerabile degli enti e spiega il limite che caratterizza la capacità di comprensione dell’essere umano. Riflessione, questa, che getta una luce anche sul progressivo allontanamento della filo-sofia dai problemi reali dell’uomo contemporaneo e sul suo chiudersi in un esercizio virtuosistico dell’intelletto, inaccessibile “ai più”. La filosofia del senso comune consente di universalizzare la conoscenza al di là della diversificazione culturale.  L’insieme delle certezze primarie ed empiriche sono vere per tutti gli uomini, in ogni luogo e in ogni tempo :“L’esistenza del male nel mondo – spiega l’autore a titolo esemplificativo – non è una posizione filosofica, è una certezza del senso comune, un dato immediato della coscienza di tutti, che poi la filosofia ha il compito di interpretare”.  

Molto interessante, nell’ultimo capitolo, l’affermazione di una “metafisicità” strutturale alla conoscenza: il pensiero dell’uomo è metafisico fin dall’inizio, in ogni contesto culturale. La filosofia stessa muove i primi passi, nel VI secolo a.C, alla ricerca dei principi che danno ragione dell’esserci delle cose. Di contro a chi sostiene che il pensiero si trova alla fine della sua avventura metafisica, in questo saggio viene ribadita l’insopprimibile tendenza dell’intelletto umano a conoscere la ragione più profonda e radicale di ciò che appare nell’esperienza.  Nemmeno la scienza può eludere il problema fondazionale: può scegliere di non interessarserne ma esso resta sullo sfondo delle sue indagini, come aporìa. Dall’evidenza di una vocazione metafisica della filosofia come ricerca dei fondamenti discende la dimostrazione del carattere “religioso” che ha da sempre pervaso il cammino del pensiero. «Il radicamento della nozione filosofica di Dio nel senso comune – sottolinea Antonio Livi – spiega anche un altro importante dato della fenomenologia storica, ossia la continuità (relativa, ma pur sempre reale) tra teologia naturale pre-cristiana e teologia naturale cristiana» (p.  ).

 

                                                                               Flavia Silli

Write a comment