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Discussione sul libro “Il principio di coerenza”

Recensione del libro di Antonio Livi, Il principio di coerenza. Senso comune e logica epistemica (Armando Editore, Roma 1997)   A cura del prof. Juan José Sanguineti Pontificia Università della Santa Croce (Roma)     È questo il terzo volume dedicato dall’autore alla questione del senso comune,...

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IL PENSIERO DI ANTONIO LIVI IN SINTESI

Posted by admin | Posted in documenti | Posted on 02-01-2010

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Livi, la metafisica e il senso comune

 

 di Pier Paolo Ottonello, ordinario di Filosofia nell’Università di Genova

 

 

La produzione filosofica che Antonio Livi ha dato alla luce in quest’ultimo quarantennio è considerevole sia per la coerenza del percorso, sia per il costante nitore del dettato, non di rado intenzionalmente didattico, nonché per l’altrettanto intenzionale monotematicità di fondo, che traduce la sua persuasione, sempre più profondamente radicata, della costruttività e fecondità della sua elaborazione teoretica. Già da un primo approccio al complesso delle sue opere traspare con evidenza la fondamentale genesi e intenzionalità apologetica della sua attività intellettuale: che non solo non ne vela né diminuisce, ma piuttosto il contrario, il rigore e la consequenzialità teoretica. Il suo intento essenziale ne emerge nella chiave dell’articolazione di una metafisica cristiana profondamente intessuta con le principali movenze della cultura filosofica contemporanea. Da qui, fin dall’inizio del suo percorso, il fitto dialogo con posizioni di primo piano nel Novecento, quali quelle di Gilson, Blondel, Sciacca: dialogo che dà corpo al volume Il cristianesimo nella filosofia (L’Aquila 1969), quasi primo di un’ideale trilogia che si completa nei ravvicinati volumi E. Gilson: filosofia cristiana e idea del limite critico (Pamplona 1970) e Il problema della filosofia cristiana: Blondel, Bréhier, Gilson, Maritain (Bologna 1974). Nei quali è soprattutto il Gilson tanto agostinista quanto tomista di L’être et l’essence (1948) e dei maturi Elements of Christian Philosophy (1960) a indicargli in Tommaso quella connessione tra senso comune e metafisica che ha costituito il nucleo forte dell’intera sua produzione successiva, storiograficamente corroborata, a un trentennio dai suoi esordi, dal Tommaso d’Aquino: il futuro del pensiero cristiano (Milano 1997), che considero una delle pochissime opere fondamentali su Tommaso della seconda metà del Novecento, accanto a quelle – oltre a Gilson – di Pieper, Fabro e Sciacca.

Tale versante storiografico costituisce una robusta premessa all’intera sua produzione successiva, che riprende, intensa, dopo un quindicennio polarizzato da altre cospicue attività, e la cui chiave spiccatamente teoretica è già configurata in modo intero nella Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede (Milano 1990), opera seguita dal significativo corollario storiografico costituito dal volume Il senso comune tra razionalismo e scetticismo: Vico, Reid, Jacobi, Moore (Milano 1992). Nel decennio più recente Livi intensifica le chiarificazioni e le determinazioni delle conseguenze più rilevanti del nucleo della sua proposta teoretica, organandole in particolare in due opere fondamentali: Verità del pensiero: fondamenti di logica aletica (Città del Vaticano 2002) e Metafisica e senso comune. Sullo statuto epistemologico della filosofia prima (Roma 2007); mentre esplicita i rilievi critici nei confronti di soggettivismo, criticismo e idealismo, viziati di akrasia per irrazionale autoreferenzialità immanentistica, ne Il principio di coerenza (Roma 1997); ed evidenzia ulteriormente la chiave apologetica in Razionalità della fede nella Rivelazione. Un’analisi filosofica alla luce della logica aletica (Roma 2002, 20053)[1] e una pressante preoccupazione didattico‑propedeutica e riepilogativa ne La ricerca della verità. Dal senso comune alla dialettica (Roma 2001, 20053) e in Perché interessa la filosofia e per ché se ne studia la storia (Roma 2006)[2].

 

 

1. La metafisica nel senso comune

«Insopprimibile è la tendenza a voler “interpretare”, con una mediazione logica, ciò che è di per sé immediatamente evidente, ma non dice tutta la verità di sé»; «la proprietà logica dell’esperienza» costituisce «il fondamento sempre attuale e sempre attivo della razionalità metafisica, che si basa sulla conoscenza immediata»[3]: due tesi che potrebbero assumersi quasi ad esergo della proposta teoretica che Livi sintetizza e organa con particolare efficacia specie nelle due opere che ho indicato come fondamentali. Assumo il recente volume di Di Ceglie su La filosofia del senso comune in Italia. Obiezioni e risposte (Roma 2005), imperniato sull’opera di Livi, come occasione per schematizzarne alcuni degli elementi di quello che ne considero il nucleo teoretico, nonché, dove lo ritenga opportuno, per accennare a qualche chiosa. E già ne affaccio una prima, in relazione ad uno degli snodi evidenziati in Verità del pensiero. Là dove Livi ribadisce l’«immediatezza» dell’esperienza, sostanziata dalla realtà concreta del “senso comune”, come premessa e fondamento della metafisica, ossia della determinazione dell’organismo formale-esplicitante, per mediazione razionale, dei contenuti dell’«evidenza immediata» dell’esperienza stessa: dopo avere precisato che l’esperienza è una nozione assoluta che «non va ridotta alla dimensione sensistica», in quanto il primum cognitum con funzione di fondamento aletico, include «dimensioni metafisiche degli enti percepiti», quali esistenza, sostanza, essenza, relazioni; ed è «conoscenza immediata e indubitabile», evidente e certa[4]. Al tempo stesso, è noto – ma lo documenterò – che il “pentalogo” delle «certezze empiriche» formulato da Livi come il caposaldo sintetico della sua teoresi, vede in prima e primaziale posizione la certezza per evidenza immediata del mondo come molteplicità e movimento degli enti, e in seconda posizione la certezza relativa al soggetto come l’io che conosce il mondo. Peraltro in Verità del pensiero sostiene che «nel “primum cognitum” l’io ancora non c’è», in quanto l’evidenza dell’io è «mediata» da «un’operazione intellettiva che mi fa dire: le cose che conosco non sono io, e io non sono le cose che conosco. Si tratta dell’esperienza primaria della negazione, che segue l’esperienza primaria dell’affermazione»[5]. Il primum cognitum consiste in «una apprensione sintetica secondo l’atto di essere delle cose», una apprehensio entis come «apprensione del plesso metafisico ens/esse», in forza di «una convergenza dei dati sensibili», nella «percezione sensoriale», e «dell’intuizione intellettiva in un unico oggetto», «convergenza che si realizza grazie all’unità sostanziale del soggetto»[6], dato che l’esperienza «è sempre soggettiva»[7]. Ma se nel primum cognitum «l’io ancora non c’è»? o dobbiamo distinguere fra io e «unità sostanziale del soggetto»?

 

INTERVENTI DI ANTONIO LIVI A CONVEGNI E DIBATTITI PUBBLICI

Posted by admin | Posted in documenti | Posted on 20-11-2009

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INTERVENTI REGISTRATI DA “RADIO RADICALE”

Consultare il sito:

 

http://www.radioradicale.it/soggetti/antonio-livi

 

Sintesi delle ricerche filosofiche di A. Livi

Posted by admin | Posted in documenti | Posted on 28-06-2009

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Da quando, nel 1990,  pubblicai la mia Filosofia del senso comune[1], non ho fatto altro che ritornare sui medesimi argomenti, approfondendoli e ricavandone importanti applicazioni. Da approfondire, senza però smentirla, era la tesi che il senso comune, nella sua accezione rigorosamente logica,  fosse l’insieme organico di quelle certezze fattuali che sono sempre e necessariamente alla base di ogni altra possibile certezza, ossia di ogni altra pretesa di verità nei giudizi, sia di esistenza che attributivi, da chiunque siano formulati, indipendentemente dal “dove” e dal “quando”. Si trattava di una tesi “forte” che, proprio per questo, richiedeva innanzitutto la concreta determinazione dell’oggetto di tali certezze (e devo dire che sono stato io il primo e finora l’unico a tentare una così impegnativa determinazione, arrivando a individuare cinque precise certezze, irriducibili l’una all’altra, anche se geneticamente connesse e organicamente strutturate) e poi anche la dimostrazione che proprio queste cinque certezze – tutte e solo queste – sono il presupposto necessario di ogni forma e momento del pensiero.  Nell’ambito di questa trattazione ho accennato, come una delle possibili “applicazioni di logica epistemica” susseguenti alla dimostrazione dell’esistenza del senso comune in questa accezione “forte”, al rapporto, che ritengo intrinseco, tra senso comune e metafisica, sostenendo che la dimensione metafisica della conoscenza è già presente, sia pure implicitamente e senza alcuna forma di consapevolezza riflessa, nell’esperienza originaria del mondo, dell’io e della relazione con gli altri che fonda la moralità e la religione [2].

La mia tesi, presa in scarsa considerazione da quegli studiosi che non hanno avuto il tempo e il modo di comprenderne il preciso significato logico e la fondatezza critica, ha provocato, anche in quelli che invece l’hanno compresa, qualche dissenso e qualche perplessità, come ha ben documentato Roberto Di Ceglie in una  monografia pubblicata due anni or sono in questa stessa collana[3]. Ma i dissensi e le perplessità manifestate da alcuni critici mi hanno indotto, non ad attenuare ma anzi, a portare fino alle conseguenze più estreme (confidando che ciò potesse servire a un chiarimento maggiore e a una giustificazione ulteriore) la mia nozione di “senso comune”, facendone addirittura il fulcro di una nuova o rinnovata disciplina filosofica, la “logica aletica”, che ha tra l’altro la pretesa di ridimensionare l’importanza e la necessità stessa della “logica formale” in ambito propriamente filosofico. Come strumento metodologico proprio della logica aletica ho proposto il procedimento che ho chiamato “presupposizione” e che consiste nell’analisi dei “presupposti” (da non confondersi con le “premesse”) di un asserto che si propone come vero[4]. Sulla base del metodo e degli strumenti della logica aletica – che, ripeto, non è che un’applicazione sistematica della nozione epistemica di “senso comune” – ho potuto mostrare  la necessità (non la mera convenienza né, tanto meno, una possibilità tra le altre) che il discorso filosofico, soprattutto nel suo nucleo teoretico che è la metafisica, riconosca la verità primaria del senso comune e ne faccia pertanto il suo esplicito punto di partenza; per questo stesso motivo, ho denunciato l’intima inconsistenza critica di quei discorsi filosofici  moderni che metodologicamente negano il valore di verità e di fondamento che è proprio del senso comune. Tanto l’indicazione positiva della funzione fondativa del senso comune nel discorso filosofico, quanto la critica dei sistemi che questa funzione fondativa non riconoscono costituiva la dilatazione della nozione epistemica di senso comune fino a farne la condizione necessaria per la giustificazione epistemica di ogni asserto filosofico e quindi il criterio di base per determinare lo statuto epistemologico della filosofia, in particolare per quanto riguarda il suo punto di partenza e il suo metodo specifico.

Con questa prospettiva, già nel 1992, con una ricerca storiografica sulla filosofia moderna e contemporanea ho messo in evidenza, analizzando le argomentazioni dei pensatori di orientamento anti-cartesiano (Blaise Pascal, Giambattista Vico e Thomas Reid), come proprio la rivalutazione filosofica dell’esperienza originaria pre-scientifica fosse stata, in un quadro di logica aletica, l’arma dialettica per contrastare tanto il razionalismo quanto lo scetticismo derivanti dalla svolta metodologica operata da Descartes[5]. Sempre in chiave storiografica, nel 1997 analizzavo i tre grandi sistemi di pensiero della modernità (quello di Descartes, quello di Kant e quello di Hegel) per evidenziarne la “incoerenza materiale”, ossia l’impossibilità di essere pensati (non solamente enunciati)  senza riammettere implicitamente (e surrettiziamente) la verità del senso comune che formalmente ed esplicitamente tutti e tre i sistemi negano, e non in modo accidentale, perché tale negazione del senso comune costituisce per ciascuno di essi il suo punto di partenza e il suo metodo; la conclusione era che – a conferma del valore epistemico del senso comune – la filosofia non può essere praticata nell’ambito di un sistema chiuso e auto-referenziale ma solo in riferimento all’esperienza originaria e con l’intento di dare una risposta ai problemi che essa suscita[6]. Sistematizzando queste analisi epistemologiche su base storiografica, ho poi scritto un saggio divulgativo nel quale sostengo che il nucleo essenziale della filosofia è la metafisica, e che la metafisica è intrinsecamente connessa con i dati del senso comune, ragione per cui i sistemi di pensiero che pretendono di “oltrepassare” la metafisica o continuano a praticarla materialmente mentre  la negano formalmente, oppure si riducono a analisi fenomenologiche e sociologiche, a letteratura (buona o cattiva che sia), talvolta a vuota retorica, o, come voleva Richard Rorty, a mera «conversazione tra amici»; insomma, a tante cose possibili ma non a veri e propri sistemi filosofici[7].

Ma l’assunto che il nucleo epistemologico della filosofia sia la metafisica, e che la metafisica sia intrinsecamente connessa con i dati del senso comune non risulta sufficientemente dimostrato nei lavori precedenti, o per il loro carattere divulgativo o perché non ne costituiva l’argomento centrale;  ho dunque inteso riprenderlo come  argomento diretto ed esclusivo dell’opera più recente, una monografia intitolata Senso comune e metafisica[8]. In essa la filosofia del senso comune, rigorizzata fino alle sue ultime conseguenze,  si presenta ancora una volta, inevitabilmente, come una posizione polemica, difficilmente condivisibile da parte di quanti non desiderano mettere più in questione i luoghi comuni della cultura oggi dominante (l’impossibilità di fare metafisica, a meno che non si tratti del «ritorno a Parmenide») e le sue  auctoritates (Nietzsche e Heidegger da una parte, e Hegel e Gentile dall’altra).

 

 


[1]   Cfr Antonio Livi, Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede, Edizioni Ares, Milano 1990.

[2]     Cfr Antonio Livi, Filosofia del senso comune, cit., pp. 157-182.

[3]  Cfr Roberto Di Ceglie, La filosofia del senso comune in Italia. Obiezioni e risposte, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2005.

[4]    Cfr Antonio Livi, Verità del pensiero. Fondamenti di logica aletica, Lateran University Press, Città del Vaticano 2002; Idem, La ricerca della verità. Dal senso comune alla dialettica, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 20053; Idem, Senso comune e logica aletica, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 20062

[5] Cfr Antonio Livi, Il senso comune tra razionalismo e scetticismo (Vico, Reid, Jacobi, Moore), Massimo Editore, Milano 1992.

[6]  Cfr Antonio Livi, Il principio di coerenza. Senso comune e logica epistemica, Armando Editore, Roma 1997.

[7]  Cfr Antonio Livi, Perché interessa la filosofia e perché se ne studia la storia, Casa Editrice Leonardo da Vinci,  Roma 2006.

[8]  Cfr Antonio Livi, Metafisica e senso comune e metafisica. Sullo statuto epistemologico della filosofia prima, Casa Editrice Leonardo da Vinci,  Roma 2007.